media

Abbiamo già parlato degli stereotipi razzisti presenti nella cultura americana e della facilità con cui essi vengono propagati nei media. Ciò che c’è di diverso oggi in tutto questo, che non riguarda ovviamente solo la cultura americana, sono i new media ed in particolare il mondo del social networking, che può contribuire enormemente a diffondere pregiudizi e odio razziale. Infatti, mentre la comunicazione è stata sempre condotta dall’alto verso il basso (top-down), il Web oggi ha aperto la possibilità di una comunicazione orizzontale, senza l’interferenza di alcuna autorità di controllo. Di conseguenza, le dinamiche dei media, nel bene e nel male, sono cambiate notevolmente, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di alcuni messaggi.

Da sempre gli stereotipi (ed i pregiudizi, che da essi derivano) sono uno strumento di controllo sociale, perché costruiscono solidarietà intorno ad un gruppo o un’idea e creano una mentalità  del “noi contro loro”. Le persone infatti tendono a credere alle caratteristiche negative rappresentate dai media e poi se ne servono per giustificare la loro avversità verso un gruppo o un’idea (Collins, 2004).  Diffondere pregiudizi sociali serve anzitutto a soddisfare le esigenze della cultura dominante, che così mantiene lo status quo e preserva la sua egemonia (Mastro & Behm-Morawitz, 2005, p. 112).

Gruppi di odio sui new media

Un gruppo di odio, in senso tradizionale, è un qualsiasi gruppo organizzato che sostiene l’ostilità verso qualcosa o qualcuno. Abitualmente, il mezzo principale  attraverso il quale i membri dei gruppi  di odio diffondono il loro messaggio di intolleranza è il passa-parola. Oggi però, nel cyberspazio, questi gruppi hanno la possibilità di discutere dei loro convincimenti  in tempo reale, condividendo i loro rituali e le immagini attraverso le nuove tecnologie. (Meddaugh e Kay, 2009).

Siti di social networking come Facebook hanno registrato un’enorme esplosione del fenomeno di gruppi estremisti, come riporta il Simon Wiesenthal Center (SWC), nel Report del 2009, che ha identificato più di 10.000 gruppi di odio sul web (SWC, 2009). Il rapporto include anche siti web, altri social network, blog, newsgroup, YouTube e altri siti di video. I risultati dimostrano che, con lo sviluppo di Internet, gli estremisti trovano nuovi modi per cercare di convalidare le loro idee ripugnanti e reclutare nuovi membri (Amster, 2009).

I gruppi presenti su Facebook sono orizzontali: ogni gruppo contiene partecipanti provenienti da diverse aree geografiche che collaborano nell’esprimere la loro repulsione per vari gruppi sociali. Facebook permette una conversazione dinamica, con il contributo di ogni partecipante. Chiunque può creare un gruppo o una pagina su Facebook, in qualsiasi momento. I followers inviano commenti, aggiungono immagini e partecipano ai forum di discussione. A causa della facilità di gestione, molto spesso i gruppi di odio sono solo virtuali, ovvero esistono solo nel cyberspazio (Meddaugh e Kay, 2009).

I discorsi di incitamento all’odio screditano una persona o un gruppo sulla base di alcune sue caratteristiche, quali la razza o l’orientamento sessuale (Levy e Karst, 2000). In genere le caratteristiche prese di mira sono quelle immutabili: la  religione , l’etnia, il genere sessuale o l’orientamento sessuale.

Matsuda (1993) ha cercato di individuare quali sono gli aspetti principali di un discorso di incitamento all’odio. Esso deve contenere messaggi di inferiorità razziale, deve essere rivolto contro persone storicamente oppresse ed infine essere persecutorio, odioso e degradante.

I singoli siti di social networking hanno dato attenzione al problema. Secondo Google e YouTube, l’odio si riferisce ad un linguaggio che attacchi o sminuisca un gruppo in base alla razza o l’origine etnica, l’identità religiosa, la disabilità, l’orientamento sessuale, l’età, genere sessuale e orientamento sessuale (linee guida YouTube, 2012). Anche se i siti contengono parole offensive, il contenuto è considerato incitamento all’odio solo se i commenti o i video prendono di mira una persona semplicemente a causa della sua appartenenza ad un determinato gruppo. YouTube fa affidamento sulla conoscenza delle linee guida da parte dei suoi utenti e la possibilità dunque di segnalare i video che si ritiene violino le norme della comunità.

Allo stesso modo, Facebook invita gli utenti a segnalare i contenuti in base alle seguenti quattro aree: 1) contenuti di spam o frodi; 2), discorsi di incitamento all’odio o attacchi contro qualcuno, 3) violenza o comportamenti dannosi e nudità, pornografia, o 4) contenuto sessualmente esplicito. Tuttavia, mentre la pornografia e lo spam potrebbero essere facili da identificare, le altre due categorie, i discorsi di odio e gli attacchi individuali non sono così facili da individuare. Le regole di Facebook  dicono inoltre che la Compagnia può ritenere , a suo insindacabile giudizio,che una persona stia violando le norme e quindi possono decidere di allontanarla dall’utilizzo del sito.  (Regole Facebook, 2011). Le regole si riferiscono in particolare a materiale considerato “offensivo, umiliante, dannoso, diffamatorio, ingiurioso, offensivo o odioso”.

Tuttavia, anche con queste linee guida in vigore, il numero di gruppi di odio su Facebook continua a prosperare. Le principali ragioni che stanno dietro il loro aumento sono l’anonimato e l’accesso libero (Obeler, 2009). L’anonimato aumenta il coraggio di molti utenti, che nella vita non sono poi così coraggiosi  (Williamson & Pierson, 2003).

Alcuni gruppi aggirano le regole di Facebook in particolare concentrandosi su una celebrità piuttosto che su un gruppo sociale e quindi attaccano una persona gay, scrivendo cose malevole nei confronti dei gay. E’ difficile poi scoprire questi gruppi perché la parola “odio” nel titolo non necessariamente si riferisce ad un gruppo di odio. Vedi ad esempio: “Odio andare a letto”, oppure, “Odio l’Odio”,  “Odio gli uomini che picchiano le donne”,  “Odio la gente che odia Obama”.

I fan dei così detti “gruppi di odio” (cioè quei gruppi che propagandano idee di odio razziale e religioso) presenti su Facebook utilizzano i nuovi media per esprimere il loro razzismo. A farne le spese sono soprattutto le celebrità, tra cui anche personaggi del calibro del Presidente Obama e della sua famiglia. Questi gruppi, affidandosi a vecchi stereotipi sulle persone di colore, viste come animali, esseri malvagi, persone incapaci, sono arrivati a rappresentare il Presidente americano in forma di scimpanzé, o con in testa una bandana e una bocca piena di denti d’oro.

Gli Obama non sono stati immuni da tali attacchi durante le primarie presidenziali 2007-08. La copertura mediatica spesso si è concentrata sui difetti di Obama, esponendo dubbi circa la sua affidabilità a causa della sua età  e della scarsa esperienza e le voci sulla sua cittadinanza. I media hanno spesso sottolineato la sua origine etnica, le convinzioni religiose e l’ istruzione ricevuta. Le notizie, pur senza legare ufficialmente i due argomenti, riportavano nello stesso articolo i dubbi su Obama e i problemi causati dal terrorismo di fede islamica, in modo che l’associazione fra questi due concetti suggerisse implicitamente che Obama potesse essere un arabo o un musulmano, ovvero un pericolo. Per esempio, i commentatori sottolineavano il suo secondo nome “Hussein”, e parlavano delle sue “discutibili” frequentazioni con leader come Louis Farrakhan, facendolo credere come un musulmano radicale.

(Per la verità non solo i new media, ma anche i media più tradizionali hanno contribuito alla diffusione di questi stereotipi. Basti pensare alla copertina del The New Yorker (vedi figura) che mostrava gli Obama armati, nello Studio Ovale, mentre la bandiera americana bruciava nel camino.  Michelle veniva rappresentata come una militante in nero con un AK47 sopra la spalla e stivali da combattimento, mentre il marito era in abiti musulmani e sandali).

I gruppi di odio indirettamente diffondono odio verso le donne e i neri prendendo di mira gli Obama con la retorica razzista e sessista. Foto poco lusinghiere, commenti e articoli contenenti discorsi razzisti e sessisti affollano queste pagine, in cui il Presidente e la First Lady vengono sbeffeggiati per la loro cultura, le abitudini alimentari, l’abbigliamento e altre caratteristiche fisiche. Gli utenti condividono commenti sprezzanti sui due, oltre che foto che ritraggono gli Obama in forma animalesca, in particolare scimmie.

Questo avviene, ricordiamolo, contro un cittadino americano, nato in America, da una donna bianca americana e un cittadino straniero di pelle scura. Obama ha studiato nelle migliori università e si è sempre distinto negli studi.  Nella sua famiglia non vi sono mai stati “zio Tom” al servizio dei bianchi. Tuttavia, l’ “abbronzatura” di Obama, come è stata definita da un leader italiano in vena di spiritosaggini, può provocare la nascita di queste campagne di odio, che vanno studiate attentamente da chi si occupa di comunicazione, per valutarne le ideologie sottostanti e per l’uso che potrebbe essere fatto degli ideali che esse propugnano, che a questo punto potrebbero non più essere solamente al servizio della classe dominante, come al tempo di Bernays, ma di chissà chi altro…

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:

New Media-Same Stereotypes: An Analysis of Social Media Depicitions of President Barack Obama and Michelle Obama, New Media and Culture

Immagine:
Gli Obama raffigurati come  musulmani radicali sulla copertina della rivista New Yorker, New Media and Culture

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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