Rosalind Franklin: storia di una grande ingiustizia scientifica
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Rosalind Franklin: storia di una grande ingiustizia scientifica

Rosalind Franklin: storia di una grande ingiustizia scientifica


Rosalind Franklin, a lungo messa in ombra dai suoi colleghi, oggi incarna molto più di una figura scientifica dimenticata. È diventata un simbolo di tenacia, etica scientifica e giustizia. Una pioniera la cui brillantezza postuma ispira i ricercatori a perseverare nonostante gli ostacoli, le discriminazioni e le ingiustizie che possono incontrare. Conosciamola meglio

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Infanzia 

Rosalind Elsie Franklin nacque il 25 luglio 1920, nel cuore del quartiere londinese di Notting Hill, seconda di cinque figli. La sua era una ricca e colta famiglia ebrea britannica, in cui rigore intellettuale e impegno sociale erano pilastri fondamentali. Suo padre, Ellis Arthur Franklin, banchiere con la passione per la fisica, sognava di diventare uno scienziato, ma vide le sue ambizioni infrante dalla Prima Guerra Mondiale. Sua madre, Muriel Waley, era un’attiva sostenitrice dell’istruzione femminile. Questo mix di idealismo, conoscenza e senso del dovere plasmò profondamente il carattere di Rosalind.


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Prime manifestazioni di personalità e interessi cognitivi

Fin dall’infanzia, Franklin mostrò un’intelligenza eccezionale e un carattere competitivo. A sei anni eccelleva nei calcoli aritmetici; a nove si impose la sfida personale di classificarsi sempre al primo posto nella propria classe, mantenendola per due anni. Questi tratti rivelano una personalità disciplinata, perfezionista e fortemente motivata dall’eccellenza intellettuale.

Formazione primaria

Rosalind frequentò la prestigiosa scuola di St. Paul’s Girl’s, una delle poche scuole femminili di Londra nella quale venivano insegnate le materie scientifiche, come la fisica e la chimica. Fu lì che Rosalind scoprì il suo interesse per la scienza, tanto da decidere, a 15 anni, che da grande avrebbe fatto la scienziata. Nel 1938, a 18 anni, si iscrisse al Newnham College di Cambridge, per studiare chimica e fisica, contro la volontà del padre che voleva per lei qualcosa di più adatto ad una signora della buona società.

Formazione accademica e prime esperienze di ricerca

Si laureò nel 1941, poi rimase nell’Università come ricercatrice, ma nel 1942 decise di andare a lavorare presso l’Associazione Britannica di Ricerca per l’utilizzazione del Carbone. Qui la giovane Rosalind fece degli studi fondamentali sulle microstrutture del carbone.  Questa ricerca, sebbene condotta in un contesto bellico, ebbe importanti ricadute industriali, in particolare per la fabbricazione di maschere antigas e di materiali isolanti .

Questo lavoro fu anche la tesi del suo dottorato in fisica e chimica, che conseguì nel 1945. All’epoca, Cambridge non conferiva ufficialmente lauree alle donne , il che rende questo traguardo ancora più straordinario, poiché la Franklin fu tra le prime a conseguire un dottorato in un contesto accademico ancora molto chiuso alle donne.

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Il periodo parigino e l’affermazione identitaria

A guerra finita, nel 1946 si trasferì a Parigi presso i Laboratoire Central des Services Chimiques de L’Etat, per specializzarsi nella tecnica della diffrazione ai raggi X, un metodo utilizzato anche per analizzare molecole di grandi dimensioni. Il suo interesse si volse sempre più verso le molecole biologiche e studiò in particolare la struttura del carbonio. Il trasferimento a Parigi rappresentò per lei un momento di liberazione psichica e sociale.

L’ambiente francese le offrì, infatti, un clima meno oppressivo e più collaborativo rispetto a quello britannico, dominato da dinamiche gerarchiche e patriarcali. Qui sperimentò una dimensione esistenziale più equilibrata, trovando piacere non solo nella scienza ma anche nella cultura, nei viaggi e nella socialità.

Questo periodo contribuì a rafforzare la sua identità, restituendole un senso di appartenenza e di fiducia in sé.

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Il ritorno a Londra e il conflitto al King’s College

Nel 1951, per le sue competenze, venne invitata da John Randall al Dipartimento di biofisica del King’s College di Londra dove erano iniziate le ricerche sul DNA, acido desossiribonucleico, la componente principale dei cromosomi e quindi dei geni. Il ritorno a Londra, al King’s College, la riportò dentro un contesto conflittuale. La sua determinazione e indipendenza vennero infatti interpretate dai colleghi maschi come ostinazione o freddezza.

I suoi rapporti umani con i colleghi erano difficili, a causa di forti differenze di temperamento, rivalità, ambizioni e si scontravano contro un diffuso maschilismo che tendeva al separatismo fra uomini e donne e alla pretesa di comportamento ancillare da parte di queste ultime, nei confronti degli scienziati maschi. Rosalind non si faceva mettere in imbarazzo: era una donna forte, determinata, sofisticata e diversa dalle altre, nel bigotto mondo di Cambridge, anche per aver vissuto a Parigi ed essere di religione ebraica.

La scoperta del DNA

La Franklin apportò al progetto la sua avanzata competenza nella diffrazione dei raggi X. Nel giro di pochi mesi, migliorò significativamente le immagini del DNA e scattò una delle fotografie più famose nella storia della biologia: “Shot 51”. Quest’immagine rivelò, con una chiarezza senza precedenti, la forma elicoidale della molecola di DNA. Mostrava macchie disposte a X, rivelando che la molecola formava una doppia elica regolare.

La spaziatura delle macchie forniva informazioni sulla distanza tra le basi (A, T, C e G) e la loro simmetria suggeriva una struttura altamente ordinata.  Rosalind Franklin identificò anche due forme distinte di DNA a seconda dell’umidità (forma A e B) e dimostrò che i gruppi fosfato sono orientati verso l’esterno.


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Problemi con i colleghi e rincorsa per la pubblicazione

Alla sua stessa ricerca sul DNA lavoravano tre ricercatori-uomini: James Watson, un biologo americano che aveva otto anni meno di lei (era del 1928), laureato in zoologia presso l’Università dell’Indiana e a Cambridge grazie ad una borsa di studio. Questo collega era un tipo molto disinvolto, versatile, trascinatore, soprattutto nei confronti di un altro collega: Francis Crick, nato nel 1916. Il collega più vicino alla Franklin tuttavia era Maurice Wilkins, anch’egli nato nel 1916 e dunque quasi coetaneo della collega Rosalind, specializzato in biofisica.

I due non andavano d’accordo perché la ricercatrice riteneva, giustamente, di essere stata chiamata a Cambridge grazie alle precedenti esperienze ed ai suoi personali successi e voleva condurre in autonomia le sue ricerche anche in quella nuova Sede. Il collega Maurice invece, che aveva cominciato prima di lei, pensava che la Franklin fosse stata chiamata per affiancarlo ed aiutarlo nelle sue ricerche, nel ruolo di ‘assistente esperta’. Questa scarsa chiarezza nella definizione dei ruoli aveva portato i due ricercatori a non parlarsi più.

L’unico modo per conoscere gli studi ed i progressi nella ricerca dell’altro era dunque quello di partecipare ai congressi ed ai seminari scientifici. Ma c’era un altro scienziato, classe 1901, che lavorava altrove alla stessa ricerca: Linus Pauling, il quale faceva sapere in giro di essere ormai arrivato alla soluzione dell’enigma (non era vero, perché il suo modello conteneva un grossolano errore: ipotizzava infatti una tripla elica del DNA).

Occorreva fare presto, se si voleva arrivare primi. Fu così che l’intraprendente Watson prese contatti con Wilkins, il quale chiese all’assistente della Franklin, Raymond Gosling, di rovistare nella scrivania della collega per procurarsi delle copie di fotografie scattate da Rosalind (che lui aveva riprodotto di nascosto), in particolare della foto n. 51, una delle foto più chiare mai scattate prima, delle molecole biologiche.

Questa immagine era quanto mancava al giovane ed ambizioso ricercatore per arrivare alla verità: ‘come vidi la fotografia rimasi a bocca aperta e sentii il cuore battermi più forte…La croce nera dei riflessi al centro della foto poteva nascondere solamente una struttura ecoidale…’ raccontò in un famoso libro del 1968, di cui parleremo più avanti. Sul numero di Nature del 25 aprile 1953 comparvero ben tre articoli sul DNA: A Structure for Deoxyribose Nucleic Acid di Watson e Crik; il secondo da Wilkins ed i suoi collaboratori (A. R. Stokes e H. R. Wilson) e il terzo dalla Franklin e Raymond Gosling, con il quale tre mesi più tardi pubblicò una conferma dell’elica nella forma A.

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Trasferimento e nuove prospettive al Birkbeck College

In quella stessa primavera del 1953 la scienziata si trasferì al Birkbeck College di Londra, dove si occupò di uno dei virus che causano la poliomielite, fornendo la prova della sua particolare struttura a spirale a forma di cilindro cavo. Il Birkbeck College è un’istituzione dell’Università di Londra con sede a Bloomsbury. La Franklin fu invitata dal fisico John Bernal, che la descrisse come una “brillante sperimentatrice “.

Lì ottenne un posto come ricercatrice senior, a capo del suo gruppo di ricerca, finanziato dall’Agricultural Research Council. Lì, applicò le sue competenze nella diffrazione dei raggi X a un nuovo campo: i virus. Iniziò a studiare il virus del mosaico del tabacco, un piccolo virus vegetale molto studiato.

Con il suo team, i dottorandi Kenneth Holmes e John Finch, il giovane ricercatore post-dottorato Aaron Klug, futuro premio Nobel, e l’assistente di ricerca James Watt, dimostrò che l’RNA del virus si trova all’interno di un involucro proteico elicoidale .

Questa scoperta fu essenziale perché mostrò la forma tridimensionale del virus, spiegò come l’RNA fosse protetto al suo interno e pose le basi per una migliore comprensione dei virus. Ciò contribuì a far progredire la ricerca sui trattamenti per le infezioni virali. Tra il 1953 e il 1958 pubblicò più di 15 importanti articoli, gettando le basi della virologia molecolare.

Lavorò anche sulla struttura del virus della poliomielite, in collaborazione con il futuro premio Nobel Aaron Klug , che gli fu conferito nel 1982 per lo sviluppo della microscopia elettronica cristallografica e la spiegazione dei complessi biologici tra acidi nucleici e proteine. Finalmente si trovò in un ambiente in cui era ascoltata, rispettata e persino ammirata.

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Ultimi anni

Nell’autunno del 1956, Rosalind scoprì di avere il cancro alle ovaie. La diagnosi di cancro, a soli 36 anni, la colpì duramente, ma non la distolse dal lavoro. La malattia era probabilmente legata alla sua ripetuta esposizione ai raggi X, in un’epoca in cui le misure protettive erano rudimentali, se non inesistenti. Nonostante diversi interventi chirurgici e cure intensive, continuò a lavorare, fedele alla sua disciplina e alla sua passione. Fino agli ultimi mesi, scrisse, curò, incoraggiò e diresse.

Morì il 16 aprile 1958, all’età di 37 anni.

Rileggendo i suoi carteggi, si capisce come la Franklin abbia sofferto molto per quello che le era capitato, ma dai suoi scritti non trapela nulla che riguardi un moto di amarezza o di dispiacere per il mancato riconoscimento di questa scoperta, per la quale peraltro perse la vita.  Rimase sempre in buoni rapporti con Watson e Crick, e continuò a collaborare con loro fino alla morte.

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Riconoscimenti mancati e riabilitazione postuma

Nel 1962 Watson, Crick e Wilkins ricevettero il Premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA. Il contributo di Franklin, pur fondamentale, non fu riconosciuto, ufficialmente perché il premio non poteva essere conferito postumo.  Nel 1968 venne pubblicato il libro di Watson, La doppia elica,  in cui lo scienziato descriveva la storia della scoperta della struttura dell’acido nucleico.

Il libro divenne rapidamente un best seller, anche per le numerose polemiche che accese in campo scientifico relative all’etica professionale. Solo nell’epilogo Watson cercò di ridimensionare la descrizione sprezzante data della collega Rosy (che lui così chiama, in tono paternalistico, anche se era sempre stata Rosalind per tutti, anche per gli intimi).

Scrisse: “Poiché le mie impressioni sul suo conto dal punto di vista scientifico e personale […] furono all’inizio spesso sbagliate, voglio dire qui [..] che eravamo giunti ad apprezzare profondamente la sua onestà e la sua generosità, rendendoci conto, troppo tardi, delle lotte che una donna intelligente deve affrontare per essere accettata nel mondo scientifico”’… La sua ostilità derivava unicamente dalla sua giusta aspirazione di lavorare con gli altri su un piano di eguaglianza’. (dal libro di J.D. Watson, ‘The double helix’, Atheneum, 1968).

Fu solo negli anni ’70 che il suo contributo fu pienamente riconosciuto. Prima da Anne Sayre, amica di Franklin, giornalista americana e amica intima di Franklin, conosciuta a Londra negli anni ’50 attraverso la loro cerchia sociale comune legata al mondo scientifico, che pubblicò ” Rosalind Franklin and DNA” nel 1975 per mettere le cose in chiaro.

Poi, molto più tardi, nel 2002, con la biografia “The Dark Lady of DNA” , scritta da Brenda Maddox e che ottenne grande successo internazionale.

Oggi, il suo nome è inciso su edifici universitari, borse di studio e premi scientifici. Nel 2020, è stata selezionata dalla rivista Nature come una delle più grandi scienziate del XX secolo.

Nel 2021, la missione spaziale europea su Marte, denominata Rosalind Franklin Rover, è stata lanciata per cercare tracce di vita passata nel sottosuolo marziano. Questo nome onora la Franklin, il cui lavoro sulla struttura del DNA simboleggia la ricerca delle basi molecolari della vita.

Religione e Scienza

Concludiamo la storia della Franklin con questa lettera che la scienziata scrisse al padre (estate 1940, anni 20) sui temi della religione e della scienza e che ci dà un po’ un’idea del suo carattere e della sua determinazione:

… Ovviamente il mio metodo di pensiero e di ragionamento è influenzato dall’allenamento scientifico – se così non fosse i miei studi scientifici sarebbero stati un fallimento ed una perdita di tempo. Ma tu guardi alla scienza, o almeno ne parli, come se fosse una sorta di invenzione immorale da parte dell’uomo. Qualcosa di diverso dalla vita reale, che deve essere guardato con prudenza e tenuto separato dalla vita di tutti i giorni. Ma la scienza e la vita di tutti i giorni non possono e non debbono essere separati. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita. Essa è sempre stata basata su fatti, esperienze ed esperimenti. Le tue teorie e quelle della gente che la pensa come te sono più facili e più gradevoli, ma secondo me non hanno alcun fondamento, se non quello di portare ad uno stile di vita più piacevole (e ad una esagerata idea della nostra importanza). Credo che la fede sia importante per avere successo nella vita (successo di qualsiasi tipo), ma io non accetto la tua definizione di fede, cioè credere nella vita dopo la morte. Dal mio punto di vista, tutto quello che è necessario per la fede è credere che, facendo del nostro meglio, arriveremo più vicini al successo e che il successo delle nostre aspirazioni (il miglioramento della vita umana, presente e futura) valga la pena del nostro impegno. Chi crede in tutto quello che la religione implica deve ovviamente avere questo tipo di fede, ma sono convinta che in questo mondo si possa avere fede anche senza credere nell’altro mondo…

Dr. Giuliana Proietti

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Dr. Giuliana Proietti Psicoterapeuta Sessuologa TERAPIE INDIVIDUALI E DI COPPIA ONLINE La Dottoressa Giuliana Proietti, Psicoterapeuta Sessuologa di Ancona, ha una vasta esperienza pluriennale nel trattamento di singoli e coppie. Lavora prevalentemente online. In presenza riceve a Ancona Fabriano Civitanova Marche e Terni.

  • Delegata del Centro Italiano di Sessuologia per la Regione Umbria
  • Membro del Comitato Scientifico della Federazione Italiana di Sessuologia.
Oltre al lavoro clinico, ha dedicato la sua carriera professionale alla divulgazione del sapere psicologico e sessuologico nei diversi siti che cura online, nei libri pubblicati, e nelle iniziative pubbliche che organizza e a cui partecipa. Per appuntamenti: 347 0375949 (anche whatsapp) mail: g.proietti@psicolinea.it Visita anche: www.giulianaproietti.it Pagina Facebook Profilo Facebook Instagram

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