Storia dell’omofobia

omofobia

Oggi vorrei parlarvi di un libro che ho appena terminato di leggere. Si tratta di “Storia dell’omofobia”, pubblicato nel 2011 da Odoya, e scritto da Paolo Pedote, con prefazione di Gian Antonio Stella.

Viene presentato come un libro che spiega quali ragioni abbiano potuto motivare la persecuzione del “diverso”, ma in realtà a me sembra più che altro una grande enciclopedia su tutti i gay più importanti della storia, partendo dalle fonti bibliche ed arrivando fino al discorso di Lady Gaga al Circo Massimo.

Diciamo subito che, nonostante la premessa, il libro mi è molto piaciuto, non tanto perché vi abbia trovato “le ragioni di una persecuzione” dal punto di vista storico, antropologico e politico, come indicato nella scheda diffusa dalla Casa Editrice Odoya, ma perché si tratta di un libro straordinariamente ben fatto, sul piano della ricerca bibliografica delle fonti e dell’iconografia.

Tutti i gay che hanno avuto un certo rilievo nella storia umana sono citati nelle pagine di questo libro, così come i più importanti scritti: letterari, artistici e normativi, che di omosessualità si sono occupati.

Si inizia dunque dal libro della Genesi, nel quale si narra che un giorno, verso il tramonto, il patriarca Lot sedeva presso le porte della città di Sodoma quando gli si presentarono due angeli, travestiti da forestieri. Non appena vide i due ospiti Lot si alzò e li accolse in modo premuroso, preparando per loro il pane azzimo. Ad un certo punto della serata però si sentì bussare violentemente alla porta: erano arrivati gli abitanti della città di Sodoma, che cercavano gli ospiti del padrone di casa. “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte”? dissero “Falli uscire, perché possiamo abusarne”! Al che Lot cercò di evitare il peggio: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”. Avete letto bene “fate loro ciò che vi piace”, purché, insomma, non facciate i “sodomiti“… Niente da fare: i sodomiti, nel senso degli abitanti della città di Sodoma, volevano fare si ciò che gli piaceva, ma con gli ospiti maschi. Dunque, si prepararono a sfondare la porta. A questo punto i due forestieri, che erano angeli, colpirono gli abitanti di Sodoma con un abbaglio di luce, che li rese ciechi. La città di Sodoma fu poi distrutta da Dio, per punizione, con una pioggia di zolfo e fuoco, dalla quale si salvarono solo Lot e la sua famiglia, precedentemente avvisati di quanto stava per succedere alla loro città. C’era però un’unica condizione perché la loro salvezza potesse andare completamente a buon fine: essi non dovevano voltarsi indietro, a guardare le rovine di Sodoma. Naturalmente, qualcuno doveva cedere a questa debolezza e questo qualcuno fu naturalmente una donna, la moglie di Lot, che per questa ragione Dio fece diventare immediatamente una statua di sale.

Una storia che più che omofoba appare molto machista, dove le donne vengono rappresentate come oggetti sessuali, da cedere o acquistare, oltre tutto con un livello di intelligenza molto scarso, come nel caso della moglie di Lot, che invece di farsi gli affari suoi si girò verso Sodoma, così come Eva aveva dedicato, al tempo dell’Eden, fin troppe attenzioni al povero Adamo (ma che altro aveva da fare, poverina?), facendolo cadere nel peccato e nella morte. A sorpresa invece, dal libro, esce fuori una interpretazione inattesa. Non c’è dubbio, dice l’autore, che agli occhi di Dio, lo stupro omosessuale appaia più grave di quello eterosessuale ma, citando McNeill (Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, 1980), Pedote avverte che in realtà i riferimenti sessuali in questa storia potrebbero essere del tutto secondari, rispetto al significato autentico del passo biblico, che riguarderebbe piuttosto il problema dell’ospitalità, per gli ebrei di assoluta importanza. Lot avrebbe in sostanza violato le regole della città, ricevendo ospiti sconosciuti, senza ottenere il permesso degli anziani. Allo stesso modo l’espressione “abusarne” sarebbe stata male interpretata: il termine, sempre secondo il citato McNeill, potrebbe essere tradotto meglio con “conoscerli”.  In senso biblico la “conoscenza” ha poche volte a che fare con il sesso (solo 10 passi su 943 alludono alla conoscenza carnale).

Andando avanti nella storia dell’essere umano, si arriva agli antichi greci e romani. Anche in quel tempo,  l’omofobia come la conosciamo oggi non era poi così diffusa: semmai si trattava di un problema che riguardava il potere e la libertà individuale, non una discriminazione sessuale. Per i romani infatti un uomo era “virile” quando assumeva sessualmente solo ed esclusivamente il ruolo attivo,  e non aveva importanza se il partner era un maschio o una femmina. Il cittadino romano adulto doveva saper imporre la sua volontà: chi subiva la sodomizzazione da parte di un romano era un uomo vinto, uno schiavo. Per questa ragione, schiavi e vinti potevano essere posseduti, o “castigati”, attraverso la penetrazione anale. Era invece abbastanza normale che rapporti omosessuali vi fossero con dei giovani, purché questi non fossero di buona famiglia (perché in tal caso non andavano importunati). E le donne? Per i romani il matrimonio non era il risultato di un sentimento d’amore, ma anzitutto un dovere civico, finalizzato oltre che alla procreazione, anche a stringere alleanze politiche: per il resto, gli uomini erano liberi di andare con chi volevano, uomini e donne. Si pensi al caso di Cesare, detto “il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti”. Tutta Roma, si racconta ancora nel libro, sapeva che era divenuto l’amante di Re Nicomede, tanto che i suoi soldati cantavano “Cesare ha sottomesso la Gallia, ma Nicomede ha sottomesso Cesare”. Ciò nonostante era considerato un grande condottiero e conquistatore.

Venendo a tempi più vicini ai nostri giorni, ad Oscar Wilde viene dedicato un intero capitolo e, del resto, il personaggio dello scrittore irlandese è talmente affascinante, con la sua storia d’amore per Alfred Bruce Douglas, che gli costò perfino il carcere, che l’intera sua vicenda è ancora fonte di ispirazione e di riflessione per chi vuole comprendere le radici sociali dell”omofobia.

Interessante anche la storia del Paragrafo 175 del Codice penale tedesco, direttamente mutuato dal Codice penale prussiano, a sua volta scritto su ispirazione del codice napoleonico, il quale criminalizzava l’omosessualità, sin dal 1871 . Questo paragrafo affermava che: “la fornicazione innaturale, cioè tra persone di sesso maschile, ovvero tra esseri umani ed animali, è punita con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili”. Naturalmente nel periodo nazista questa legge omofoba fu ulteriormente inasprita (se l’attività avveniva con una persona che aveva meno di 25 anni la Corte poteva emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi. Per “gravi affettuosità” invece la reclusione poteva durare anche dieci anni). Del resto, un popolo che aspira all’egemonia, ricvorda l’autore, ha bisogno di molti figli e dunque la repressione verso l’omosessualità doveva essere un deterrente: dunque, non solo il carcere, ma anche lavori forzati, cure psichiatriche e castrazione “volontaria”. Peraltro, sembra ci siano prove che i gay siano stati le cavie preferite per gli esperimenti dei medici nazisti.

Alcuni personaggi, nel libro, vengono invece demoliti per ragioni di omofobia: fra questi, quello che non ti aspetti è ad esempio il Che Guevara, al quale sembra si debba il “piano generale del carcere”, nel 1959, nel quale il “comandante” disponeva arresti per attori, ballerini e artisti gay. Il Che disponeva inoltre della possibilità di graziare o condannare senza processo, fissare le punizioni corporali e le torture, fra cui tagliare l’erba con i denti ed essere impiegati nudi nei lavori agricoli. Veramente un Che che non ti aspetti, e che meriterebbe ulteriori apporfondimenti.

Insomma, un libro da leggere, se vi interessano le vicende di questa “razza maledetta”, come scrisse lo scrittore omosessuale Marcel Proust, o addirittura questo “vomito di Dio”, come lo definì Dario Bellezza, scrittore omosessuale, morto di Aids.

La mia idea personale è che, un po’ come si diceva ieri a proposito delle bionde, gli omosessuali abbiano in fondo l’unica colpa di sollecitare il desiderio sessuale maschile, il che viene punito, con atteggiamenti omofobi, perché nella nostra società colpevole del desiderio non è considerato chi lo prova, ma chi lo suscita. Eva docet. (Ed in effetti, la posizione degli omosessuali è molto vicina, nella storia della civiltà umana, a quella delle donne e vi sono state anche delle alleanze fra le due diverse categorie sociali, al tempo delle rivendicazioni femministe).

A proposito di donne, nel libro se ne parla in verità molto poco: del resto nella sessualità fra donne non c’è attività o passività, non c’è il dominatore e il dominato, il virile e l’effeminato, e dunque la sessualità delle lesbiche fa molto meno “paura”. E’ un po’ come vedere due animali che si accoppiano: essi non creano scandalo, ma solo divertiti sorrisi… O no?

Dr. Giuliana Proietti

Fonte e immagine:

Storia dell’omofobia

Autore: Paolo Pedote
Introduzione: Gian Antonio Stella
Editore Odoya
VOLUME ILLUSTRATO

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Dr. Giuliana Proietti
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Dr. Giuliana Proietti
Psicoterapeuta Sessuologa
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