Jung e gli archetipi

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Jung, 1910Continuiamo a presentare un’ampia sintesi della serie di articoli apparsi recentemente sul Guardian per ricordare Carl Gustav Jung, a cinquanta anni dalla morte.

L’autore, Mark Vernon, riporta infatti le teorie classiche, ma sa collegarle in modo molto interessante ad autori contemporanei e a testi non sempre conosciutissimi in Italia. Ecco dunque l’articolo, che tratta dell’inconscio collettivo e degli archetipi.

I sogni, per Jung, non erano una semplice accozzaglia casuale di associazioni o desideri repressi, ma possibili informazioni per il sognatore, che doveva per questo cercare di interpretarli, di capirli e di trarre da essi delle indicazioni importanti per la propria vita.

Un sogno che Jung stesso fece nel 1909 può essere considerato come un utile esempio:

Ero in una casa sconosciuta a due piani. Era “la mia casa”. Mi trovavo al piano superiore, dove c’era una specie di salotto ammobiliato con bei mobili antichi di stile rococò. Alle pareti erano appesi antichi quadri di valore. Mi sorprendevo che questa dovesse essere la mia casa, e pensavo:”Non è male!” Ma allora mi veniva in mente di non sapere che aspetto avesse il piano inferiore. Scendevo le scale, e raggiungevo il piano terreno.
Tutto era molto più antico, e capivo che questa parte della casa doveva risalire circa al XV o al XVI secolo. L’arredamento era medioevale, e i pavimenti erano di mattoni rossi. Tutto era piuttosto buio. Andavo da una stanza all’altra, pensando:” Ora veramente devo esplorare tutta la casa!” Giungevo dinanzi ad una pesante porta, e l’aprivo: scoprivo una scala di pietra che conduceva in cantina. Scendevo, e mi trovavo in una stanza con un bel soffitto a volta, eccezionalmente antica.
Esaminando le pareti scoprivo, in mezzo ai comuni blocchi di pietra, strati di mattoni e frammenti di mattoni contenuti nella calcina: da questo mi rendevo conto che i muri risalivano all’epoca romana. Ero più che mai interessato. Esaminavo anche il pavimento, che era di lastre di pietra, e su una notavo un anello: lo tiravo su, e la lastra di pietra si sollevava, rivelando un’altra scala, di stretti gradini di pietra che portava giù in profondità. Scendevo anche questi scalini, e entravo in una bassa caverna scavata nella roccia. Uno spesso strato di polvere ne copriva il pavimento, e nella polvere erano sparpagliati ossa e cocci, come i resti di una civiltà primitiva. Scoprivo due teschi umani, evidentemente di epoca remota e mezzo distrutti. A questo punto il sogno finiva. ”

Jung, Ricordi, sogni, riflessioni

Con questo sogno, Jung ebbe la prima intuizione dell’esistenza nella psiche di ogni persona di una traccia collettiva, che chiamò “ inconscio collettivo”.

Nel sogno, il piano superiore rappresenta la personalità cosciente, il piano terra l’inconscio personale mentre, nel livello più profondo, vi è l’inconscio collettivo – il primitivo aspetto comune della vita psichica. Esso contiene delle forme a priori, che esistono nella psiche individuale, come una sorta di eredità genetica (gli “archetipi”).

Gli archetipi sono dunque dei simboli originari, che si sono strutturati nel tempo. “Quando un archetipo è costellato (attivato), tutto il nostro corpo ne è coinvolto e la sua eccitazione emotiva si focalizza e ci motiva con una forza cui è molto difficile resistere”, scrive John Ryan Haule.

Una caratteristica degli archetipi è che, mentre essi influenzano le nostre percezioni e il nostro comportamento, noi possiamo esserne consapevoli solo indirettamente. E’ un concetto molto simile al pensiero di Schopenhauer e Kant sulla inaccessibilità della “cosa in sé”. Anche Jung sostiene che gli archetipi non possano essere sperimentati direttamente, ma solo quando essi si sono materializzati in qualcosa. Questo spiegherebbe perché, per esempio, i buddisti tendono a non avere visioni di Gesù, così come i cristiani non tendono ad avere visioni di Siddhartha Gautama. I credenti tendono a riferirsi all’archetipo del saggio attraverso le immagini disponibili nella loro cultura (posto, naturalmente, che la saggezza sia ciò che Gesù o il Buddha rappresentano).

La teoria degli archetipi è controversa: Jung non è molto coerente nella sua definizione degli archetipi – anche se può essere perdonato, dal momento che egli stesso si definisce esplicitamente un “mutuatario” di modelli e di intuizioni, presi a prestito da altri campi del sapere. Gli archetipi di Jung sono stati criticati in quanto considerati di origine Lamarckiana ed anche superflui, dal momento che la trasmissione culturale fornisce una spiegazione adeguata per i fenomeni che Jung ha teorizzato come fenomeni psichici universali.

Detto questo, colpisce il fatto che concetti paralleli agli archetipi siano emersi in molti altri campi del sapere. Claude Lévi-Strauss ritiene che la cultura costituisca l’espressione, il risultato o la proiezione di infrastrutture inconsce e universali, Noam Chomsky ha definito le forme di base del linguaggio come “strutture profonde”. La sociobiologia si basa invece su “regole epigenetiche”, ossia leggi di comportamento che si sono evolute nel tempo.

La possibilità che gli archetipi junghiani potrebbero essere commisurati con la biologia è un dato implicito per E. O.Wilson, nel suo libro L’armonia meravigliosa. Egli ha elaborato l’ipotesi che la scienza possa rendere gli archetipi “più concreti e verificabili”. Seguendo le orme di Wilson, lo psichiatra Anthony Stevens ritiene che gli archetipi funzionino anche nell’etologia, lo studio del comportamento degli animali, osservati nei loro habitat naturali. Gli animali hanno comportamenti di gruppo, notano gli etologi, apparentemente attivati da stimoli ambientali. Questa attivazione dipende da ciò che viene definito come “meccanismo innato”.

Le formiche tagliafoglie, ad esempio, alla fine delle loro scorribande riportano nel nido frammenti di particolari fiori e piante, e successivamente provvedono a triturarle, mettendole poi a disposizione di alcuni funghi. Questi a loro volta “digeriscono” queste sostanze, altrimenti difficilmente utilizzabili dalle formiche e mettono a disposizione delle loro coltivatrici il nutrimento così trasformato. Il capo smeraldo del germano reale fa sì che esso possa riprodursi. Altre caratteristiche, dal legame materno alla rivalità maschile nella stagione degli amori, potrebbero essere considerati degli archetipi.

Ciò cui Jung era interessato non erano solo i meccanismi coinvolti in questi comportamenti, ma anche l’esperienza che provano questi organismi viventi nel comportarsi in questi modi. Prendiamo ad esempio il caso del tronchetto della felicità (yucca). Allo stato originario, questo albero viene impollinato dalla piccola falena Pronuba, che depone le uova nell’ovario del fiore, impollinandolo. Sebbene le larve si nutrano dei semi che germogliano, ne rimangono tuttavia un numero sufficiente per la riproduzione.

Della falena della yucca, Jung ipotizza: “Se potessimo guardare nella psiche della falena della yucca, per esempio, vi troveremmo un modello di idee, di carattere numinoso o affascinante, che costringono la falena … a svolgere la sua attività di concimazione sulla yucca”.

L’idea è che maggiore è la complessità dell’organismo, più intricato risulta il comportamento archetipico e più ricca l’esperienza ad esso associata. Quando si tratta di esseri umani, gli archetipi non sono associati solo a modelli di comportamento, o ad esperienze piacevoli, ma hanno anche un senso e un significato. Quindi, gli esseri umani sono anch’essi soggetti agli archetipi che Jung individuò nell’eroe, nell’ombra, nell’animus e nell’anima, insieme a molti altri.

Fino a che punto si possa seguire Jung lungo questo percorso è ancora un argomento molto discusso, anche fra gli junghiani. L’ombra è un concetto utile a molti, come quella parte del nostro carattere che è spesso sepolta e che, a volte, emerge improvvisamente, ad esempio nei delitti passionali. Il concetto di animus e anima invece, sono più controversi.

Tuttavia, Stevens sostiene che gli archetipi sono comunque utili. Essi forniscono un linguaggio per parlare del tipo di comportamento e, soprattutto, di esperienze che resistono alle vicissitudini del tempo che la trasmissione culturale potrebbe invece erodere. Come ha osservato il biologo Jacques Monod : “Tutto viene dall’esperienza, ma non dall’esperienza reale … piuttosto, dall’esperienza accumulata da tutta l’ascendenza di tutte le specie nel corso della loro evoluzione.” Jung sarebbe stato d’accordo.

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonte: Carl Jung, part 4: Do archetypes exist? The Guardian

Immagine: Carl Gustav Jung in America, 1910, Wikimedia

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