omeostasi
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Il modello omeostatico applicato alla fisiologia e alla psicologia

Introduzione

Il concetto di omeostasi ha una lunga storia nel campo della fisiologia: esso descrive un processo che mantiene le variabili importanti all’interno di una gamma ristretta di valori.

Un esempio ben noto è quello della temperatura corporea, dove una variazione di appena alcuni gradi, sia in alto, sia in basso, è un segnale di patologia.

Il termine omeostasi è stato coniato da Cannon nel 1932 per facilitare la comprensione della risposta fisiologica allo stress. Cannon ha osservato che, in risposta ad una minaccia percepita, il midollo surrenale rilascia l’ormone epinefrina nel sangue. Questo ormone ha un ruolo di coordinamento, che coinvolge molti sistemi diversi del corpo.

Insieme, questi sistemi producono una risposta coordinata alla minaccia percepita, al fine di soddisfare la richiesta fisiologica e  ristabilire l’equilibrio quando la minaccia finisce. Cannon usò il termine “omeostasi” per descrivere questo processo coordinato.

Nella fisiologia contemporanea, si riconosce che ogni variabile che deve essere mantenuta all’interno di una gamma ristretta, cioè attorno ad un valore medio specifico per il normale funzionamento, si attiva un sistema omeostatico (Rodolfo 2000). L’esempio più noto è il mantenimento della temperatura corporea di base a 37 º C. Altri sistemi gestiti da sistemi omeostatici riguardano il peso corporeo (Friedman 2004) e la dopamina (Larhammar, et al. 2015).

Una caratteristica aggiuntiva del concetto di omeostasi è stata introdotta in Selye 1(1956), sotto forma di un sistema di richiamo omeostatico che l’autore ha chiamato “eterostasi“. Selye ha teorizzato che quando l’omeostasi è sul punto del fallimento, il “termostato della difesa” deve essere elevato a un livello superiore. L’eterostasi dunque descrive l’istituzione di nuovo stato costante, con l’attivazione dei meccanismi difensivi normalmente dormienti, che stimolano i meccanismi adattivi fisiologici.

Partendo da questa idea, il termine più utilizzato oggi è “allostasi,” termine coniato da Sterling e Eyer (1988) per descrivere una forma dinamica di controllo regolamentare che può essere attivata o disattivata per far fronte alla domanda (McEwen 1998).

Considerando che l’omeostasi è una forma di regolamentazione destinata a difendere un valore unico, costante, detto anche “set-point, l’allostasi descrive l’adattamento in variabili come la pressione arteriosa, dove il livello di funzionamento ottimale varia con la domanda.

Questo termine sottolinea anche la regolamentazione in previsione del cambiamento, come lo stress anticipatorio (Sapolsky 1994). Pertanto, il regolamento allostatico enfatizza sistemi regolatori che consentono, ad esempio, comportamenti sociali adattivi in un ambiente in costante evoluzione (Schulkin 2011).

L’omeostasi in psicologia

In psicologia, i sistemi omeostatici sono meno comunemente compresi, ma fra questi quello che ha ricevuto recentemente una certa attenzione è la gestione dei sentimenti positivi rivolti verso se stessi, noto come benessere soggettivo (o SWB, subjective wellbeing), che in qualche modo richiama il concetto di motivazione.

Si parla di motivazione sin dai tempi della teoria dell’apprendimento di Hull, che mise in evidenza l’importanza delle variabili motivazionali, (compresi gli stati interni, come la fame,  e le relative ricompense, in questo caso il cibo). Ci si è anche ispirati alla teoria dinamica di Freud (con la sua enfasi sulle determinanti motivazionali inconsce del comportamento).

Entrambe queste interpretazioni si basano su un modello omeostatico, elaborato per spiegare il funzionamento dei meccanismi fisiologici automatici, che entrano in azione quando insorge un bisogno o si è in presenza di uno squilibrio fisiologico.

La motivazione ovviamente è un’astrazione, nel senso che non è osservabile, mentre osservabile è in genere il comportamento ad essa legato.

Secondo il modello omeostatico, certi comportamenti, come il mangiare, non si verificano casualmente, ma ciclicamente : questo significa che in alcuni momenti l’organismo mostra grande interesse per qualcosa, in altri momenti la considera con indifferenza. Certi oggetti risultano più attraenti di altri, anche se questa attrattiva può variare periodicamente.

Gli oggetti verso i quali proviamo attrattiva diventano degli oggetti-meta.

Gli oggetti-meta svolgono un ruolo nel campo della variabilità del comportamento, valgono come rinforzi nella formazione delle risposte acquisite, ovvero oltre che dei buoni incentivi, sono anche delle buone ricompense.

Infatti, fra tutte le risposte possibili, l’individuo ne sceglie sempre alcune in particolare, e il concetto di motivazione serve per spiegare la selettività, il motivo della scelta, il carattere direzionale del comportamento, che non è limitato solo alle risposte manifeste, ma anche ad una sequenza di idee.

Questo è quello che pensano in particolare gli psicoanalisti, nei riguardi della motivazione, poiché essi ritengono che il contenuto della attività ideativa, compresi i sogni e le fantasie, riveli le pulsioni ed i bisogni fondamentali di una persona.

Quando si viene privati dei beni che soddisfano i bisogni si osserva che, maggiore è la privazione subita, tanto più rapidamente e compulsivamente si andrà alla ricerca dell’oggetto-meta.

Col prolungarsi del periodo di privazione, il livello di attività generale aumenta, il soggetto diventa meno docile, manifestando segni di crescente agitazione e turbamento emotivo.

Se un neonato, ad esempio, viene fatto attendere in maniera eccessiva prima di ricevere il pasto successivo, manifesta segnali di eccitazione crescente. Le conseguenze emotive di tale privazione sono del tutto evidenti all’osservazione.

La concezione omeostatica della motivazione si basa fondamentalmente sulle pulsioni biologiche della fame, della sete e del sesso. Quando una situazione fisiologica si discosta in misura significativa dal suo valore ottimale, allora entrano in azione determinati meccanismi che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio ottimale del sistema.

Si potrebbe dunque affermare che, secondo questo modello, i bisogni vengono definiti dagli scostamenti da certi livelli ottimali.

Negli organismi complessi, come i mammiferi, i meccanismi  omeostatici di riduzione delle pulsioni possono essere non solo fisiologici, ma anche psicologici, sotto forma di modelli di comportamento.

Nel neonato ad esempio possiamo osservare le risposte riflesse di suzione del latte (meccanismi di riduzione delle pulsioni omeostatici) oppure pianto, irritazione, agitazione (modelli di comportamento).

Ciascun organismo ha un repertorio di risposte comportamentali agli stati pulsionali.

Il modello omeostatico della motivazione afferma che l’individuo che ha soddisfatto i suoi bisogni è quiescente a livello comportamentale, mentre l’insorgere di una pulsione è una condizione necessaria e sufficiente per trasformare un soggetto inattivo in uno attivo. Questa motivazione alla ricerca della soddisfazione è stata chiamata da Selye “sindrome generale di adattamento”, come una risposta generalizzato allo stress che si sviluppa in tre stadi: reazione di allarme, resistenza, esaurimento. La sindrome è adattiva in quanto stimola la motivazione e dunque l’autodifesa.

Dr. Walter La Gatta

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Dr. Walter La Gatta
Dr. Walter La Gatta

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Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

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