La psicologia della pace

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Chi si è occupato per primo di pace?

La pace come concetto era originariamente una parte del discorso religioso, una virtù discussa insieme a compassione, empatia e non violenza. Il dibattito sulla pace si è esteso poi oltre la religione: nell’istruzione, nella filosofia e, più recentemente, nella psicologia.

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Quando è nata la psicologia della pace?

La psicologia della pace si è sviluppata a partire dalla seconda metà del XX secolo. Questa branca della psicologia iniziò a radicarsi dopo la fine della guerra fredda, con l’obiettivo di “aumentare e applicare le conoscenze psicologiche nella ricerca della pace. . .(ivi comprese) l’assenza di conflitti distruttivi e la creazione di condizioni sociali positive per minimizzare la distruttività e promuovere il benessere umano (Christie, 2008). ”

Quali psicologi si occuparono per primi di pace?

Gli psicologi si sono occupati della guerra e della pace, della violenza e della non violenza sin dall’inizio. Uno dei primi psicologi a occuparsi specificamente della pace fu William James, non a caso definito “il primo psicologo della pace”. James indagò le dimensioni psicologiche della guerra, il nazionalismo, l’imperialismo, il sostegno pubblico all’ostilità, ecc. Nel suo saggio The Moral Equivalent of War (1910), affermò che la guerra è un’esigenza radicata nella natura umana, un “obbligo umano permanente” che, quindi, non può essere abolito senza conseguenze. Raccomandava quindi di sostituirlo con attività pacifiche tali da preservare le virtù associate alla guerra (come il senso del dovere, la lealtà o il primato dell’interesse generale sull’interesse particolare).

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Che ruolo hanno avuto gli psicologi nelle guerre?

Gli psicologi sono stati spesso impiegati dietro le quinte dei teatri di guerra. Psicologi clinici, sociali, industriali/organizzativi e  sperimentali hanno svolto ruoli importanti: dallo sviluppo e somministrazione di test per reclutare e collocare personale militare alla misurazione dei comportamenti umani, al fine di progettare la propaganda per indurre sentimenti nazionalistici e favorevoli alla guerra.

In America gli psicologi hanno lavorato con l’Office of Strategic Services che si è evoluto nella Central Intelligence Agency (CIA), mentre l’American Psychological Association (APA) ha studiato gli effetti delle minacce della guerra atomica, nonché i potenziali effetti psicologici sulle popolazioni che subiscono il bombardamento atomico. La preoccupazione psicologica predominante è stata l’atteggiamento dei cittadini nei confronti della guerra atomica e dell’energia. Gli psicologi sociali “hanno sottolineato la necessità di valutare e controllare accuratamente l’opinione pubblica al fine di ottenere il consenso in merito alle relazioni estere e alla guerra atomica” (Morawski & Goldstein, 1985)

Quando gli psicologi hanno cominciato a occuparsi della pace, anziché della guerra?

Il dissenso iniziò a emergere all’interno dell’establishment psicologico con Gordon Allport, Hadley Cantril e Otto Klineberg, i quali iniziarono a spingere per la pace, sostenendo che l’atmosfera dell’era della guerra nucleare richiedeva una nuova forma di diplomazia e l’abolizione della guerra. La minaccia di una guerra nucleare portò infatti molti psicologi, formati nei campi tradizionali della psicologia, a mobilitarsi per mettere le loro conoscenze al servizio della prevenzione di una tale catastrofe. Quando la minaccia nucleare sembrò attenuata, i ricercatori di psicologia della pace hanno comunque continuato a concentrarsi su questioni relative a violenza, conflitto, guerra e pace in tutto il mondo.

Vi sono state specifiche pubblicazioni di Psicologia della Pace?

Si. Vi sono state pubblicazioni per promuovere la pace, come la rivista “Peace and Conflict: Journal of Peace Psychology” pubblicata dal 1995.

Quali sono le organizzazioni principali della Psicologia della Pace?

Le due organizzazioni principali sono gli Psychologists for Social Responsibility (PsySR) e la divisione Peace Psychology dell’American Psychological Association.

A cosa serve la psicologia della pace?

La psicologia della pace cerca di analizzare le cause e gli effetti della violenza in tutte le sue forme, con l’obiettivo di limitarne e prevenirne le manifestazioni nella società, e quindi promuovere la pace all’interno delle nazioni, delle comunità e delle famiglie, incoraggiare la ricerca psicologica e multidisciplinare, l’istruzione e la formazione su questioni riguardanti la pace, la risoluzione non violenta dei conflitti, la riconciliazione, le conseguenze e la prevenzione della violenza e dei conflitti distruttivi.

Di che cosa si sono occupati, all’inizio, gli psicologi della pace?

Gli psicologi della pace hanno iniziato col rivisitare la nozione di “Realpolitik”, cioè la convinzione che la politica sia per forza riducibile a tre obiettivi fondamentali: mantenere il potere, aumentare il potere, e dimostrare il potere. (Morganthau, 1972).

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Da cosa sono nate le teorie della psicologia della pace?

Sono nate dall’intersezione tra psicologia interculturale, psicologia positiva e psicologia sociale. La psicologia della pace attinge dalle osservazioni fatte in psicologia e anche nei campi prossimi alla psicologia, per applicrle ai concetti di pace, guerra, conflitto, violenza, e non violenza.

Leggi anche:  La sessualità ed il Freudomarxismo: Reich e Marcuse

Cosa pensano questi psicologi della violenza?

Anzitutto distinguono fra:

  • violenza diretta, che è una manifestazione episodica e acuta della violenza. È il danno palese inflitto alle persone, uccidendo / ferendo l’essere fisico istantaneamente e drammaticamente.
  • violenza strutturale, che rappresenta la manifestazione cronica della violenza, la quale minaccia lentamente il benessere attraverso assetti sociali relativamente permanenti che si normalizzano e privano alcune persone della soddisfazione dei bisogni primari. La violenza strutturale è endemica di sistemi economici che producono una concentrazione di ricchezza per alcuni mentre sfruttano altri, sistemi sociali gerarchici che sono soffusi di intolleranza (Christie 2008).La violenza strutturale implica le disuguaglianze sociali, le discriminazioni e le ingiustizie causate da razzismo, sessismo, elitarismo o etnocentrismo ancorati nelle strutture della società. La povertà, ad esempio, è una forma di violenza strutturale, tanto più importante perché costituisce un terreno fertile per lo sviluppo della violenza diretta.

Gli psicologi della pace hanno osservato una relazione circolare tra entrambi i tipi di violenza che formano un sistema interconnesso di violenza che opera a vari livelli, manifestandosi nelle interazioni interpersonali con la violenza su scala industriale sotto forma di genocidio e persino attraverso la manodopera a basso costo. Sistemi di oppressione, capitalismo, disposizioni gerarchiche e disprezzo comunitario esacerbati dalle politiche coloniali e dagli interessi imperialisti sono stati collocati al centro di tutta la violenza odierna, sia essa diretta o indiretta.

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Cosa porta un individuo ad essere violento? 

Nel suo libro The psychology of peace, an introduction (Praeger, 2011), la psicologa americana Rachel McNair (che è pacifista, ma anche antiabortista) elenca le diverse cause psicologiche della violenza:

  • Abbattimento delle barriere morali che ci impediscono di fare del male. L’autrice parla del disimpegno morale per riferirsi alla trasformazione cognitiva della trasgressione in un buon comportamento. Ciò comporta, ad esempio, trovare giustificazioni morali per le nostre azioni, minimizzarne la gravità paragonandole a comportamenti più gravi, o addirittura attribuire responsabilità a un elemento esterno o alla vittima stessa.
  • Distanziamento. La distanza può essere fisica: è più facile uccidere venti persone mentre si pilota un drone che lancia un missile piuttosto che pugnalare un solo uomo che ti guarda negli occhi. Il distanziamento avviene anche attraverso le parole. La nostra percezione di oggetti e persone è determinata dalle parole che usiamo per descriverli. Il processo consiste nel disumanizzare un gruppo di persone usando termini che si riferiscono a loro come animali, parassiti, oggetti inanimati, rifiuti…
  • Ideologia. Un’ideologia, designa la violenza come necessaria per raggiungere obiettivi importanti. Rachel Mc Nair fa diversi esempi come la credenza in un mondo giusto, ovvero il fatto di credere che la società sia naturalmente giusta e che, quindi, le persone in difficoltà lo siano per qualche loro deficienza: le vittime di stupro se la sono cercata, i poveri sono necessariamente pigri o non sanno gestire i propri soldi… Questa “visione di un mondo giusto” è un meccanismo psicologico che permette di non mettere in discussione le disuguaglianze (e quindi promuove la violenza strutturale).

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A livello nazionale, da cosa possono sorgere i conflitti?

Possono sorgere a causa di differenze nei valori, negli interessi e nelle controversie che riguardano l’esercizio del potere, del profitto e della raccolta/distribuzione delle risorse. Il sistema di stratificazione e le istituzioni sociali che portano le società a subire ristrutturazioni industriali, politiche e urbane creano problemi sociali come l’esclusione politica ed economica di alcuni gruppi, l’ingiustizia, la povertà, lo sfruttamento e la disuguaglianza.

A livello internazionale, da cosa possono sorgere i conflitti?

Gli psicologi della pace che indagano in questo campo pongono l’accento sui processi democratici e cooperativi, sull’importanza di organizzazioni designate di mantenimento della pace e di terze parti che forniscano un terreno neutrale. L’indagine sulla risoluzione dei conflitti tra entità che operano a livello macro, richiede tattiche di risoluzione che comprendano la collaborazione, la negoziazione e la conciliazione. (Onysom, 2015)

Vi sono metodi educativi che promuovano risoluzioni non violente?

Uno dei loro campi d’azione preferiti della psicologia della pace è la promozione di metodi educativi che promuovano la risoluzione non violenta dei conflitti, fin dalla tenera età. Gli psicologi della pace possono, ad esempio, partecipare alla ricostruzione delle comunità distrutte dalla guerra, intervenire come consulenti durante le operazioni di mantenimento della pace, o anche assumere il ruolo di mediatori in situazioni di conflitto.

Su cosa si basano le teorie per la risoluzione dei conflitti?

Si basano sulla pratica di alleviare i conflitti a vari livelli. La risoluzione dei conflitti a livello macro richiede che rappresentanti, contributi di terze parti e organismi democratici più grandi come le Nazioni Unite intervengano e medino le varie crisi.

Come si previene la violenza per gli psicologi della pace?

Gli psicologi della pace ritengono che per prevenire la violenza, il primo passo sia comprenderla e analizzarne le cause e le conseguenze a diversi livelli: non solo a livello individuale, ma anche a livello di gruppi, organizzazioni, istituzioni sociali e persino stati.

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Gli psicologi della pace sono per la non-violenza?

Si. La non violenza è particolarmente enfatizzata nella psicologia della pace come strumento efficace per chiedere il cambiamento. Gli psicologi della pace analizzano i movimenti non violenti su larga scala come la Dandi March di Gandhi e il movimento delle suffragette e il loro ruolo nel rovesciare i sistemi di oppressione (capitalismo, imperialismo, colonialismo, patriarcato ecc.) La psicologia della pace è in gran parte interessata alla non violenza come forma di protesta pacifica alle minacce esistenti di violenza e danni. Le sue teorie e la sua pratica esaminano i valori, le filosofie e le abitudini necessarie per costruire la pace a livello micro e macro.

Gli psicologi della pace sono anche dei militanti per la pace?

Si. Uno degli aspetti particolarmente interessanti di questo approccio è la sua dimensione militante. Gli psicologi della pace ritengono di avere il dovere di impegnarsi, di prendere posizione a favore della giustizia sociale e contro le disuguaglianze, il che implica esprimere il loro disaccordo con determinate decisioni, istituzioni e tradizioni politiche quando queste possono incoraggiare la violenza: il loro obiettivo è quello di tendere a un ideale di pace duratura.

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Cosa è la costruzione di pace?

E’ la prevenzione degli episodi violenti attraverso l’uso di procedure che incoraggiano il dialogo, l’empatia e gli esiti della comunicazione win/win. Richiede la promozione e l’incoraggiamento di comportamenti pacifici che possano migliorare il proprio benessere psicologico. Questi comportamenti possono includere interventi postbellici per alleviare traumi, dolori e altri problemi di salute mentale causati da conflitti violenti.

Che ruolo hanno i media nella risoluzione dei conflitti?

I media sono emersi come un potente strumento per chiedere cambiamenti a livello macro, sostenendo la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi di educazione, informazione e agitazione delle masse. Le conseguenti proteste e il dissenso espressi attraverso i media chiedono ai rappresentanti di utilizzare le loro piattaforme per chiedere la risoluzione dei conflitti tra le due parti. Questo fenomeno è stato osservato più chiaramente negli ultimi anni, con l’enfasi su questioni socio-politiche come le proteste dei contadini in India e le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti che sono state presentate e discusse dagli utenti sulle piattaforme dei social media, dando voce a coloro che chiedevano il cambiamento.

L’uso dei media sostiene il diritto alla libertà di parola e consolida la partecipazione democratica. I media consentono a coloro che detengono il potere di essere ritenuti responsabili delle loro azioni e sono dunque uno strumento necessario per chiedere la risoluzione dei conflitti e sostenere la pace.

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Fonti principali:

Peace Psychology: History, Four-fold Models, Conflict resolution

La psychologie de la paix : inconnue au bataillon

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