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Stereotipi razzisti negli USA

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Stereotipi razzisti negli USA

stereotipi razzisti

Oggi pensiamo di vivere in un’epoca “post-razziale”, visto che in un Paese come gli Stati Uniti è stato eletto per la prima volta un Presidente nero, ma vi sono studi che dimostrano che il razzismo in America è ancora prevalente: basta osservare i contenuti presenti sui mezzi di comunicazione, per capire quali idee, identità e relazioni con altri soggetti vengono propugnate (Ono, 2009). Sebbene il significato storico di avere un Presidente degli Stati Uniti nero sia innegabile, sarebbe bene che il pubblico avesse conoscenze e competenze sufficienti per osservare criticamente quanto pubblicato dai media e capire così quali sono gli stereotipi che vengono divulgati, allo scopo di confermarli all’infinito e lasciare che le cose restino sempre uguali a sé stesse.

Vi presentiamo oggi una carrellata di studi e osservazioni sugli stereotipi razzisti presenti sui media americani.

Lippmann (1922) ha definito “stereotipo” una forma di percezione sociale che impone alcuni modi di vedere agli altri.  Detto in altre parole, gli stereotipi sono delle credenze condivise, che vengono trasmesse fra i membri di un medesimo gruppo e accettate acriticamente, data la credibilità della fonte da cui vengono apprese (es. genitori, sacerdoti, personaggi di cultura, ecc.). I membri dei gruppi dominanti usano spesso gli stereotipi per mantenere il loro potere politico e il controllo sociale, offrendo così una razionalizzazione per il maltrattamento dei gruppi emarginati. I soggetti colpiti da stereotipi vengono disumanizzati: per la razza cui appartengono, i valori e la religione che professano ecc.

Gitlin (1980) ha concluso nel suo studio che coloro che occupano posizioni di potere non cercano direttamente di mantenere lo status quo: “Il compito viene lasciato a scrittori, giornalisti, produttori cinematografici e insegnanti, burocrati e artisti organizzati all’interno dell’apparato culturale nel suo complesso“. Gli interessi economici, le ideologie dominanti, il potere politico si servono dunque dei media (Parenti, 1986 e Chomsky e Herman, 1988).

Le raffigurazioni storiche degli afro-americani, uomini e donne, spesso ricadono in tre categorie: paragone con gli animali, devianza sociale e malvagità. Si tende a sottovalutare e a ridicolizzare i tratti del viso, i tratti di personalità e il modo di mangiare degli afro-americani. Questo genere di stereotipi sono stati rappresentati in personaggi popolari come “bunny jungle”, “Rastus”, “Mammy” e “Zio Tom” (Levinthal e Diawara, 1998). Ad esempio, lo “zio Tom”, il personaggio del romanzo di Harriet Beecher Stowe del 1852 , La capanna dello zio Tom, è lo stereotipo della persona che si comporta in maniera servile nei confronti dei bianchi.

Vi sono poi altri termini come “coniglio della giungla “, o “scimmia”: stereotipi che si riferiscono alla pigrizia, alla pelle scura, ai capelli ricci e a caratteristiche di alcuni animali, come ad esempio le scimmie o gli scimpanzè (vedi elenco termini razzisti, come ad esempio goombah, cioè “compare” in italiano, o “cumpà”, come si dice al sud). Le caricature esagerano i tratti del viso, come occhi, naso e denti, oltre alle spalle sproporzionatamente elevate, che rafforzano l’immagine di un soggetto per metà umano e per metà animale. Tali personaggi vengono rappresentati come spesso brutali, selvaggi e non particolarmente intelligenti o essenziali per la società. Altre immagini comuni riguardano gli afroamericani che mangiano cocomero, pollo fritto e frattaglie (Counihan & Van Esterik, 1997).

Durante l’epoca della schiavitù, questi cibi erano considerati indesiderabili perché piacevano agli schiavi,  o perché venivano dati loro come  “avanzi” (così come oggi si fa ancora per gli animali).

Precedenti studi hanno messo in rilievo che gli stereotipi  sulle persone di colore sono ancora molto diffusi (vedi ad esempio Date & Barlow, 1993; Martindale, 1990, Collins, 2004; Poindexter, Smith, e Heider, 2003; Rowley, 2003; West, 2001). In generale, i neri occupano spazio nei media soprattuttp per essere rappresentati come soggetti criminali, drogati ecc.

Grimm, in una sua ricerca (2007) ha esplorato come il New York Times ha rappresentato Malcolm X e Martin Luther King, Jr., dal 1960 al 1965. Entrambi gli uomini sono icone della contemporanea cultura afro-americana ed hanno avuto una grande influenza sui neri americani. Tuttavia, Grimm ha concluso che la premessa principale degli articoli che riguardano Malcolm X tendono a diminuirlo come leader, a creare diffidenza nel pubblico e scetticismo nei confronti del capo dei Musulmani Neri, instillando una profonda paura della violenza razziale e la stigmatizzazione dell’icona politica. I media hanno spesso etichettato Malcolm X come deviante, mentre hanno abbracciato Luther King come un leader giusto.

Negli anni ’80 e ’90, gli stereotipi relativi a uomini neri riguardavano criminali violenti, spacciatori di cocaina e crack, tossicodipendenti, senzatetto e persone del sottoproletariato (Drummond, 1990; Entman, 2000).
Strudler e Schnurer (2006) hanno scoperto che i media ritraevano gli atleti neri come devianti, sia nella loro vita privata che sul campo. Billings (2003) fa ad esempio notare che il razzismo non era evidente quando il golfista Tiger Woods vinceva i tornei più importanti, ma quando non era più una persona di successo è stato più facile criticarlo, definendolo come il “tipico” atleta nero, deviante e egocentrico.

Molti studi femministi hanno concluso che i media rappresentano spesso le donne secondo stereotipi di passività, sottomissione e dipendenza (Ferri & Keller, 1986; Van Zoonen, 1996; Carter & Steiner, 2003). Van Zoonen ha spiegato che, per soddisfare le esigenze strutturali di una società patriarcale e capitalista è necessario rafforzare le differenze di genere e le disuguaglianze, mentre Carter e Steiner (2003) affermano che le immagini sessiste riprodotte dai media hanno sostanzialmente lo scopo di far sembrare normali rappresentazioni gerarchiche della realtà, basate sul sesso e sul ruolo.

All’inizio la teoria femminista sottolineava la similarità nell’oppressione dell’uomo sulla donna, a prescindere dalla razza.  Le femministe nere hanno però sostenuto che non si poteva concepire l’esperienza delle donne nere su varie questioni, prescindendo dal  razzismo. Prendiamo il sessismo, ad esempio: le donne di colore non  avvertono il sessismo in aggiunta al razzismo,  ma nel contesto stesso del razzismo. Studi successivi hanno dimostrato che i media, sebbene si comportino in modo scorretto sia con le donne bianche che con le nere, propongono stereotipi che denigrano le donne nere in misura maggiore delle bianche (vedi ad esempio, Benedict, 1997; hooks, 1992; Squires, 2007; Schell, 1999).

Rappresentazioni dicotomiche ritraggono le donne nere sia come ipersessuali o asessuali, poco intelligenti o estremamente colte, ambiziose o svogliate, attraenti o poco attraenti (vedi ad esempio Boylorn, 2008; Collins, 2004; Entman & Rojecki, 2000 e Hooks, 1992). La donna nera sessualmente promiscua, nota come “oversexed-black-Jezebel,” è l’estremo opposto della “mammy”. Allo stesso modo, la pigrona che vive lussuosamente alle spalle dell’assistenza pubblica, è l’opposto della “donna indipendente nera” ricca, narcisista e prepotente.

Uno degli stereotipi più popolari sulle donne afro-americane è quella della “donna arrabbiata nera” che i media dipingono come sconvolta e arrabbiata (Collins, 2004, p 123;. Childs, 2005, Springer, 2007).

Lo stereotipo della donna arrabbiata nera viene da Sapphire, un personaggio storico che rimprovera i maschi neri con parole crudeli e linguaggio del corpo esagerato. I media la mostrano come una buffa e autoritaria donna con le mani sui fianchi e la testa gettata all’indietro, mentre è impegnata a far capire a tutti chi è che comanda davvero (Yarborough & Bennett, 2000).

C’è anche un crescente corpo di ricerca per quanto riguarda gli stereotipi sulle atlete nere. Tali studi si concentrano su come i media le rappresentano. Gli studiosi hanno concluso che le atlete americane di colore appaiono sui giornali molto meno delle colleghe bianche, in quanto spesso non soddisfano le caratteristiche estetiche amate dai bianchi e per questo vengono de-femminilizzate (Blinde e McCallister, 1999; Maas e Holbrook, 2001).

Dr. Giuliana Proietti

Fonte e immagine:

New Media-Same Stereotypes: An Analysis of Social Media Depicitions of President Barack Obama and Michelle Obama, New Media and Culture

Continua in New Media, razzismo e gli Obama

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