Famiglie monoparentali, ricomposte e arcobaleno: cosa significa “famiglia” oggi

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famiglieSe guardiamo su qualsiasi dizionario per sapere cosa significhi la voce “famiglia”, troviamo definizioni come quella della Treccani:

“Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. “.

In realtà è sotto gli occhi di tutti che nella società moderna le famiglie non sono più queste, oppure lo sono in misura sempre minore, mentre sono in crescita famiglie che un tempo si sarebbero dette “anomale” ma che, con il cambiamento dei costumi, sono diventate sempre più diffuse e dunque “nella norma” o, se si preferisce, “normali”.

La definizione della Treccani aggiunge infatti:

Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza.

Nella società occidentale le famiglie si sono trasformate, nel secolo scorso, da patriarcali, tipiche della società contadina, a famiglie nucleari (cioè composte solo da genitori e figli) e, negli ultimi decenni, con il cambiamento dei costumi, si sono sviluppati nuovi tipi di famiglia, molto diversi fra loro, che comportano legami, abitudini e particolarità non facilmente generalizzabili al significato classico di famiglia. Facciamo tre esempi: le famiglie monoparentali, le famiglie ricomposte e le famiglie arcobaleno.

Le famiglie con un solo genitore, o monoparentali, un tempo erano dovute all’alto tasso di mortalità (a causa di malattie, guerre, mortalità della madre durante il parto). Negli ultimi venti anni le famiglie monoparentali sono piuttosto dovute alla scelta di uno dei genitori di allevare il proprio figlio da solo/a, anche in assenza di uno stabile rapporto di coppia. Queste famiglie con un solo genitore sono diventate oggi più comuni non solo perché molte donne nubili scelgono di avere figli, pur senza avere un compagno fisso, ma anche in ragione della continua crescita delle separazioni e dei divorzi: in genere il padre cambia casa e i figli restano nella casa coniugale insieme alla mamma.

In Italia le famiglie monoparentali sono circa 5 milioni. Ve ne sono di vari tipi: guidate dalle madri, guidate dai padri, guidate da un nonno che cresce i suoi nipoti… Nel nostro Paese la famiglia monoparentale nettamente più diffusa (85%) è comunque quella composta da una mamma che ha con sé uno o più figli. [Dati Istat Maggio 2013]

La vita in una famiglia monoparentale può essere abbastanza stressante: il genitore infatti può sentirsi spesso stanco e sopraffatto dalla responsabilità di prendersi da solo cura dei figli, di avere un lavoro esterno con il quale mantenersi, di occuparsi della casa e di tutti i problemi della vita quotidiana, fra cui quello di reperire le risorse economiche, che in questo tipo di famiglie sono quasi sempre a livelli inferiori alla media.

I genitori di famiglie monoparentali affrontano dunque, almeno in Italia, maggiori problematiche rispetto a quelli della famiglia nucleare, vista anche la costante carenza di servizi pubblici per l’infanzia, la difficoltà a seguire il percorso scolastico dei figli, la frequente interruzione dei rapporti con la famiglia dell’altro genitore, che dunque non presta né aiuto fisico, né sostegno emotivo o finanziario. Non ultimi, i problemi causati al genitore singolo da eventuali nuove relazioni sentimentali (mancata accettazione da parte dei figli, gelosia dell’ex per il rapporto che questa persona instaura con i suoi figli, ecc.)

I figli che vivono con un solo genitore hanno maggiori possibilità, rispetto a quelli che vivono con due genitori, di lasciare precocemente la scuola e di non laurearsi. Questo dato, grave e discriminante, può essere spiegato con il fatto di essere cresciuti in ambienti familiari e sociali scarsamente stimolanti. Le ricerche spiegano tuttavia che questi abbandoni sono dovuti principalmente ad un problema di tipo economico [Kathleen M. Ziol-Guest, Greg J. Duncan e Ariel Kalil, 2015]

Le politiche sociali dovrebbero dunque occuparsi delle condizioni di queste famiglie, specialmente nel caso, abbastanza frequente in Italia, in cui le mamme che vivono da sole con i figli hanno il problema di non essere spesso sostenute economicamente dall’ex partner (e padre dei propri figli): un fatto dovuto a volte a effettiva mancanza di risorse economiche o a stato di disoccupazione, ma più spesso all’occultamento fraudolento delle sue disponibilità economiche, per rivalità con la ex, o perché ha bisogno di denaro per sostenere la sua nuova famiglia.

Anche in Italia, come in altri paesi occidentali, si sono poi diffuse le famiglie “ricomposte” o “ricostituite”. Si tratta di famiglie in cui i figli vivono con un genitore e con il suo nuovo partner, spesso con altri fratellastri, o figli e parenti del genitore non biologico.

Nel biennio 2008-2009 la maggior parte delle famiglie ricomposte italiane vivevano con figli di un solo membro della coppia (11,5%), con figli dell’attuale coppia (39,7%), con figli sia dall’attuale coppia, sia avuti dai due partners in rapporti precedenti (8,1%)[Dati Istat 2008-2009].

Una famiglia ricomposta implica, come implicito nel termine, un successo, cioè che al suo interno si sia riusciti a ricomporre i ruoli e gli affetti primari. Spesso le cose non stanno esattamente così e comunque mantenere l’armonia in questi nuclei familiari comporta un lavoro davvero enorme, sia sul piano organizzativo, sia sul piano emotivo. La famiglia ricomposta richiede infatti la creazione di nuovi spazi e nuovi stili di comunicazione, vista la presenza di figli di genitori diversi. Inoltre, non sempre è facile costruire rapporti di amicizia e complicità con i figli del proprio partner, affrontando e superando le barriere generazionali e stando bene attenti a non usurpare l’autorità e il ruolo del genitore biologico.

La famiglia ricomposta si basa dunque su una nuova cultura familiare, con nuovi codici e nuovi rituali. Non può essere una famiglia chiusa: per sua natura deve sviluppare confini semi-permeabili nei confronti degli ex coniugi (che rimangono comunque i genitori dei propri figli) e stabilire i nuovi ruoli delle tante figure adulte che gravitano intorno ad essa (parenti biologici e adottivi).

Tutto questo comporta spesso tensioni, conflitti, stress, sia nei bambini, sia negli adulti. La coppia in queste famiglie si trova spesso a dover mediare fra bisogni individuali, coniugali o familiari che possono essere fra loro in competizione, all’interno dello stesso sistema familiare.

Un altro problema della famiglia ricomposta è che i partner hanno in realtà poco tempo per loro e in genere la loro “luna di miele” dura pochissimo: la presenza di uno o più figli obbliga infatti i due partners a cercare una mediazione fra il bisogno di curare la propria intimità di coppia, la relazione con i figli (propri e del partner), i rapporti con gli altri parenti o ex parenti, che talvolta fanno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote alla felicità della nuova coppia.

I figli inoltre possono non sentirsi affini al nuovo partner del genitore con cui convivono, e per questo è possibile che siano usati come “spie” dall’altro genitore. Questo porta i bambini di una famiglia ricomposta a maturare velocemente e a cercare di trarre il meglio dall’uno e dall’altro genitore, spesso mettendoli in competizione fra loro. In altri casi invece i figli possono scegliere il silenzio, per liberarsi da questo difficile ruolo cuscinetto fra i loro genitori, sentendosi però in colpa per non poter essere con loro del tutto sinceri e leali, specialmente quando la situazione generale è altamente conflittuale. Vivere in una famiglia ricomposta dunque è un impegno notevole, per tutti, anche se può dare la soddisfazione di vivere in una famiglia particolarmente stimolante e non convenzionale, con ruoli e relazioni spesso inattesi e sorprendentemente appaganti.

Vi sono poi le famiglie “arcobaleno”, cioè quelle in cui le figure adulte che le guidano sono persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali (LGBT) e delle quali ultimamente in Italia si è parlato spesso.

Si chiamano “arcobaleno” perché possono essere di tanti tipi. Ad esempio, possono riguardare persone che hanno avuto dei figli in una precedente relazione eterosessuale e che in seguito hanno deciso di dare vita ad una famiglia ricomposta, con un partner del proprio sesso. Può trattarsi inoltre di coppie di lesbiche che si servono della procreazione assistita o dell’autoinseminazione, oppure di coppie di gay che hanno dei figli grazie ad una madre surrogata (pratica altrimenti detta dell'”utero in affitto”).

Altro tipo di famiglia arcobaleno è quella fondata da persone omosessuali di sesso differente che decidono di avere un figlio biologico ed organizzano la loro vita familiare come le altre coppie eterosessuali separate, con affido congiunto dei figli.

Dopo la votazione di ieri al Senato per le unioni civili, anche in Italia si sta introducendo una legge che regola queste coppie (ma non queste famiglie): si spera dunque, con questa legge, di aver superato il solo richiamo al senso di responsabilità personale nel costituire un nuovo nucleo familiare anche se, come si sa, per il momento non è possibile adottare i figli del partner e dunque le famiglie arcobaleno restano in Italia delle famiglie di fatto e non di diritto.

Le domande che le persone si pongono in questi casi e che hanno animato il dibattito pubblico sulle unioni civili sono soprattutto queste: è lecito o consigliabile che dei minori possano crescere in queste famiglie? I genitori omosessuali possono essere genitori come tutti gli altri?

Al di là delle opinioni personali, la maggior parte degli studi condotti in materia ritiene che ciò che conta non sono gli orientamenti sessuali dei due genitori, ma come essi effettivamente si comportano nella coppia e verso i figli e come si sostengano a vicenda nella vita genitoriale.

I ricercatori hanno scoperto che le coppie gay e lesbiche sono più propense a condividere equamente i compiti di custodia dei bambini, a differenza delle coppie eterosessuali, che tendono a specializzarsi, con le donne che si accollano più lavoro degli uomini per curare il benessere dei figli.

I figli allevati da genitori LGBT non sembrano grandemente influenzati da come i genitori si dividano i compiti in famiglia, ma dall’armonia presente nella loro relazione. Forse non sarà una sorpresa il fatto che i figli di genitori omosessuali abbiano una minore adesione ai ruoli tradizionali maschili e femminili, ma questa distanza dai modelli tradizionali di comportamento non sembra necessariamente spingerli verso l’omosessualità. [Farr R.H., Forssell L., Patterson C.J., 2010].

Concludendo, forse i nostri dizionari dovrebbero essere aggiornati: la famiglia oggi è composta da un nucleo di persone che stanno insieme perché si sono scelte (anche i figli dei separati possono scegliere, quando è possibile, con quale genitore andare a convivere). Spiace citare la politica, ma è proprio così; queste famiglie esistono solo perché c’è qualcosa che le lega profondamente: l’amore.

Dr. Giuliana Proietti

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● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e Clinica della Coppia e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e il loro legame con la sessualità.

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