Ripensare alla schizofrenia, a partire dal nome

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La schizofrenia interessa una persona su cento. I sintomi riguardano l’area del pensiero e della percezione, in particolare per quanto riguarda le allucinazioni visive o uditive. Si tratta tuttavia di una malattia psichica che oggi è in gran parte trattabile, attraverso i farmaci ed un appropriato supporto psicologico.

Il termine “schizofrenia” fu coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1908. Deriva dal greco σχίζω (schizo, diviso) e φρήν (phren, cervello), cioè ‘mente divisa’. Il termine proposto da Bleuler sostituiva a sua volta quello di Dementia Praecox, formulato da Emil Kraepelin. La schizofrenia non implica in realtà il possedere una “personalità doppia ” o un “disturbo di personalità multipla”, condizioni con le quali questa malattia viene spesso erroneamente confusa nella percezione comune.

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Per questo motivo, da varie parti nasce la proposta di cambiare nome alla malattia, in quanto la “schizofrenia” richiama ormai inevitabilmente gli stereotipi di personalità violente e pericolose. Dieci anni fa, la società di psichiatria e neurologia giapponese modificò, per queste ragioni, il termine, da “malattia della dissociazione” a “disturbo di integrazione”.

In Olanda, c’è un movimento che vorrebbe chiamare la schizofrenia “sindrome di suscettibilità psicotica”, mentre negli Stati Uniti qualcuno ha proposto il termine “sindrome di salienza” come alternativa. In realtà non è sicuro che il semplice cambiamento del nome possa aiutare a superare lo stigma e i pregiudizi nei confronti di questo tipo di malattia. Esempi pregressi di cambiamenti di denominazione clinica ce ne sono, come nel caso della “sindrome maniaco-depressiva”, che oggi viene definita “disturbo bipolare”, oppure il “ritardo mentale” che nel DSM-5 si chiama ora “disabilità intellettiva”.

Se una malattia viene accettata, se ne parla: basti pensare al caso della depressione, che molte persone, anche famose o importanti, non si vergognano a dire di averla attraversata in un periodo della loro vita, mentre ben più difficile è ammettere di aver ricevuto una diagnosi di schizofrenia.

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Negli Stati Uniti c’è un uomo, Bill MacPhee, che ha ricevuto l’infausta diagnosi in giovane età, ha tentato una volta il suicidio, è stato ricoverato sei volte in ospedale psichiatrico e in tre residenze protette. Si definisce “un caso da manuale”, ma come migliaia di altri, ha trovato il trattamento giusto per controllare i suoi sintomi, ha lavorato e ha costruito una vita appagante, con un matrimonio che dura da 15 anni e dei figli.

Da diversi anni si batte per cambiare nome alla schizofrenia, raccogliendo molti pareri concordi anche nella comunità scientifica, anche se non tutti sono d’accordo sulla alternativa che, forse un po’ troppo immodestamente, l’uomo propone: “sindrome di MacPhee”.

Dr. Giuliana Proietti

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Fonte:
Rethinking schizophrenia, starting with the name, The Star

Immagine:
Pexels


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