America
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La psicoanalisi va in America

Sopra, seduti: Sigmund Freud, G. Stanley Hall, Carl Gustav Jung. In piedi, da sinistra, Abraham Brill, Ernest Jones, Sandor Ferenczi

Ad invitare Freud in America fu G. Stanley Hall, psicologo e presidente della Clark University, a Worcester (Mass.). Freud arrivò in America nel 1909, sbarcando dal piroscafo George Washington, insieme ai colleghi Jung e Ferenczi. Non gli piacque.

Uno dei motivi era la sua difficoltà a comprendere l’inglese parlato dagli americani e un altro era il fastidio per quelli che Jones chiama eufemisticamente “i modi semplici e liberi del Nuovo Mondo”. Freud aveva inoltre antipatia sia per il puritanesimo americano, sia per il funzionalismo di una società votata al successo commerciale.

Ciò che lo colpì sopra ogni altra cosa dell’America furono le cascate del Niagara.

A New York i tre conferenzieri alloggiarono presso l’Hotel Manhattan. Il primo giorno, dopo aver parlato con suo cognato Eli Bernays ed incontrato un vecchio amico, Freud era pronto per fare il turista, guidato dal collega Brill. I tre visitarono il Ghetto ebraico. Central Park, Chinatown. Nel pomeriggio si rilassarono a Coney Island, che Freud definì “un grande Prater” pensando ancora alla sua Vienna.

Il giorno dopo visitarono il Metropolitan Museum, dove Freud poté ammirare le esposizioni dedicate ai reperti di Cipro. Poi i tre visitarono la Columbia University.

Il terzo giorno arrivò Ernest Jones, il discepolo britannico che ora viveva a Toronto, in Canada. Cenarono presso l’ Hammerstein’s Roof Garden e poi andarono al cinema. Fu il primo film della vita di Freud, che però non lo entusiasmò particolarmente: forse era il Conte di Monte Cristo, con Hobart Bosworth, o forse un Western ‘pieno di inseguimenti’, come riferisce Jones, con Al Christie.

Il quarto giorno Freud cominciò a stancarsi. I suoi problemi prostatici e intestinali cominciavano a dargli fastidio (Freud aveva all’epoca 53 anni). Era infastidito sia dall’eccessiva pesantezza del cibo americano, sia dalla mancanza di bagni pubblici. Si mise a dieta per 24 ore.

Visitata New York il gruppetto di psicoanalisti si diresse nel Massachusets, dove raggiunsero Worcester.

Il New England, puritano, retrogrado e conservatore conteneva tuttavia elementi che lo rendevano ricettivo alla teoria freudiana. La scuola di pensiero trascendentalista e unitariana, caratteristica di quello stato, non vedeva con sfavore l’ipnotismo e i poteri della suggestione. I tabù sessuali erano qui sentiti più rigidi che altrove, per cui alcuni intellettuali avevano cominciato ad esplorare la relazione fra tabù sessuali e malattia mentale (altrettanto frequente in quelle zone).

Si erano mostrati interessati alle teorie di Freud il Prof. James Jackson Putnam, professore di psicologia ad Harvard e G. Stanley Hall, che alle soglie dei settanta anni era ancora molto aperto alle novità, tanto che raccomandava l’ educazione sessuale per le donne, perché era convinto che una piena vita affettiva era impossibile in assenza di soddisfazione erotica. Hall accolse i suoi ospiti con calore, nella sua casa di Woodland Avenue.

Abraham Brill, che Freud aveva conosciuto in Europa, al Congresso di Salisburgo (Brill lavorava a quel tempo al Burgholzli) aveva fatto del suo meglio per introdurre in America le teorie di Freud, ma non sempre con successo. Di recente lo psicologo Richard Peterson aveva scritto: “Le teorie di Freud e Jung sono per la psicologia ciò che il cubismo è per l’arte:un’interessante novità che fa scalpore. Se la loro applicazione non fosse tanto dannosa quanto lontana dalla verità io non avrei nulla da ridire”

Un altro psicologo, Adolf Meyer, di origini svizzere, così aveva scritto a Jung soltanto un anno prima: “Da questa parte dell’oceano il rifiuto viscerale di sfiorare il problema sessuale è quasi insormontabile e ci vorrà una buona dose di tatto e pazienza per conferire a tutta la questione una forma accettabile”.

William James, dopo aver conosciuto Freud scrisse: “I confess that he made on me personally the impression of a man obsessed with fixed ideas. I can make nothing in my own case with his dream theories, and obviously ‘symbolism’ is a most dangerous method.” Gli era sembrato insomma un uomo ossessionato da alcune idee fisse, con una strana e forse inutile teoria sull’interpretazione dei sogni e con un metodo interpretativo, il simbolismo, che a James appariva perfino pericoloso.

Questo fu comunque un momento particolarmente luminoso nella vita di Freud: fu, come egli disse, “la fine dell’isolamento”

Fonti:
De Laurestis T. Soggetti eccentrici, Feltrinelli
New York Times
Trivia Library

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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