Franco Basaglia e la 180 visti da osservatori non italiani – Parte I

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Franco BasagliaJohn Foot è uno storico britannico, docente all’Università di Cambridge, specializzato in storia italiana. Nel 2014 ha scritto un lungo articolo su Franco Basaglia, lo psichiatra padre spirituale della legge 180. Presentiamo di seguito una sintesi di questo lungo ma interessantissimo articolo (che dividiamo in quattro parti). Suo è il libro “La repubblica dei matti” edito da Feltrinelli.

Su psicolinea è possibile trovare un altro articolo sulla vita di Franco Basaglia.

 

Biografia

Franco Basaglia nacque in una famiglia benestante, a Venezia, nel 1924. Nella sua adolescenza fu antifascista e membro attivo della resistenza in città, durante la guerra. Nel dicembre 1944, fu arrestato trascorse sei mesi all’interno del cupo carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia. La liberazione della città, nell’aprile 1945, gli permise di uscire di prigione.

Nel periodo post-bellico fu per poco tempo iscritto al partito socialista, ma durante la sua vita non si legò mai a un partito politico. Nel 1943 Basaglia aveva cominciato a studiare medicina e chirurgia nell’antica e prestigiosa università di Padova. Egli avrebbe poi affermato che aveva scelto la facoltà universitaria un po’ a caso. Nonostante questo fu uno studente brillante. Si laureò nel 1949 (nonostante gli anni di guerra e il suo tempo in carcere) e trascorse i successivi dieci anni a studiare filosofia e psichiatria. Sembrava che Basaglia fosse destinato ad una carriera universitaria brillante, ma come è comune in Italia (allora come oggi), tale istituzione primo lo usò e poi lo sbatté fuori.

Basaglia lavorò come assistente di uno stimato professore (Giambattista Belloni) dal 1949 al 1961, ma la possibilità di ricevere un vero incarico come docente non si concretizzava. nel 1952, Basaglia si specializzò nel campo delle “malattie nervose e mentali” nel 1958. Senza mezzi termini gli venne riferito che non avrebbe mai fatto carriera nel sistema universitario, perché non piaceva il suo modo di lavorare e di pensare: probabilmente era troppo acuto, troppo poco ortodosso, troppo originale, non abbastanza servile. Gli fu consigliato insomma di guardare altrove, se voleva fare carriera.

Nel 1961 si liberò un posto presso il manicomio provinciale di Gorizia, al confine fra Italia e Jugoslavia (oggi Slovenia), in cui erano ricoverate 500 persone.

Il manicomio era simile a molti altri in tutta Italia (e, di fatto, in tutta Europa). Lavorare in un ospedale era visto come un lavoro senza scopo dagli psichiatri, un segno di fallimento. Gorizia, inoltre, era una città geograficamente isolata. Tuttavia, Basaglia sembrava avere poca scelta. Accettò quel posto di lavoro.

Basaglia non era uno stravagante, né un isolato: aveva amici che contavano e sapeva come costruire alleanze e lavorare con coloro che detenevano il potere. Egli aveva anche la tendenza a lavorare all’interno delle istituzioni, e dopo Padova desiderava acquisire una posizione di prestigio. Inoltre, le idee filosofiche e politiche sviluppate a Padova furono cruciali per il suo approccio alla gestione di un manicomio dopo il 1961. La sua vita e la sua carriera sarebbero state contrassegnate da interruzioni radicali e forti continuità .

Basaglia fu direttore del manicomio di Gorizia nel periodo 1961-1970, anche se aveva lasciato questo lavoro già nel 1968. Dal 1970 al 1971 fu direttore di un grande manicomio alle porte di Parma, in una piccola città chiamata Colorno. Nel 1971, assunse la stessa posizione a Trieste, di nuovo al confine. Basaglia rimase direttore del manicomio di Trieste fino al 1979. In quell’anno si trasferì a dirigere i servizi di salute mentale nel Lazio, abitando a Roma. Tuttavia, egli era già malato e nel 1980 morì di un tumore al cervello, all’età di appena 56 anni. Sua moglie, Franca Ongaro (che aveva scritto molti dei libri insieme al marito, come coautrice), era al suo fianco.

Dopo la morte del marito, la Ongaro fece una campagna per l’attuazione della cosiddetta ‘Legge Basaglia’ – o legge 180 – che era stata approvata nel 1978. Questa legge innovava i sistemi di cura della salute mentale e imponeva la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici. Ci vollero almeno 20 anni perché la legge entrasse pienamente in vigore.

Alto, carismatico e di bell’aspetto, Basaglia era un maniaco del lavoro. Michele Risso (psicoanalista e partecipante al movimento di psichiatria radicale, amico di Basaglia) lo paragonò a un ‘grosso gatto’. Una volta raggiunto il potere, lottò duramente per percorrere la sua strada mostrando poca tolleranza verso il dissenso. Amava parlare e discutere le cose. Di tanto in tanto poteva agire in modo autoritario; era testardo, ma sapeva anche lavorare in gruppo e era consapevole dell’importanza della costruzione di una squadra di lavoro. Basaglia era ambizioso e nella sua vita poté godere di fama e autorità, ma fu completamente disinteressato a soldi.

Di solito si svegliava presto e lavorava fino a molto tardi, fumando molte sigarette, bevendo coca cola e occasionali bicchieri di whisky. Quasi tutti i suoi libri (dopo Padova, in particolare) sono stati curati dalla moglie o scritti insieme a lei.

Molti rimanevano sedotti dall’intelligenza di Basaglia e dalla sua personalità (compresi quelli che non lo avevano mai conosciuto). Era carismatico e affascinante, e ispirava affetto e ammirazione, ma anche paura, gelosia e talvolta odio. Per molti divenne un eroe, ma anche un anti-eroe per coloro che si erano opposti ai movimenti legati al 1968 (così come per alcuni che erano figure chiave del 1968 stesso).

La 180 porta il nome di Basaglia, un onore raro in Italia, soprattutto per un non-politico. Era visto come un’ uomo buono ‘, ma veniva anche criticato per quello che era visto come un atteggiamento di estrema irresponsabilità. Aveva una forte empatia con i suoi pazienti, ma fu accusato da alcuni di loro di averli abbandonati al proprio destino. Amava parlare, e discutere di tutto, ma poteva anche essere intollerante e, a volte, anche un po’ autoritario. La sua vita era a volte caotica, ma non mancò mai ad un appuntamento. Il lavoro fu al centro della sua vita. Si dedicò totalmente, per quasi 20 anni, alla ‘lotta’, e pagò un caro prezzo per questo impegno. Fu definito, facendo riferimento allìagiatezza in cui era vissuto a Venezia, come un ‘leader naturale’, un  ‘aristocratico’, un  ‘patrizio’ da persone che neanche lo conoscevano.

Gorizia, 1961-1969

Il posto di direttore del manicomio di Gorizia era decisamente poco promettente, e rischioso. Comportava infatti un isolamento politico e geografico, in un settore del sistema psichiatrico che non stava andando da nessuna parte. Accettando l’incarico la famiglia veniva sradicata e lui doveva lavorare in un ambiente che gli dava il voltastomaco. L’unica motivazione al lavoro poteva dunque essere quella di trasformare l’intero sistema, partendo dalla periferia: sapeva che non avrebbe semplicemente gestito le cose alla vecchia maniera, come avevano fatto la maggior parte dei direttori precedenti ma, specialmente all’inizio, non c’era un piano definito, a parte il desiderio di cambiare le cose. Stare a Gorizia comportava, per Basaglia, anche dei vantaggi, fra cui il fatto che ci si trovava a lavorare in mezzo al nulla e che nessuno si aspettava qualcosa da lui. Aveva uno strano tipo di libertà che non avrebbe avuto altrove. Gli stessi goriziani ci misero molto a capire cosa stava succedendo sulla soglia delle loro case, figuriamoci cosa potevano aver capito nel resto d’Italia.

Come direttore del manicomio di Gorizia, Basaglia si convinse che l’intero sistema manicomiale era moralmente in bancarotta. Non vedeva benefici medici nel modo in cui i pazienti erano  ‘curati’ all’interno di queste istituzioni. Al contrario, si convinse che alcuni dei comportamenti eccentrici o disturbati dei pazienti fossero stati creati o acuiti dall’istituzione manicomiale. Anche se ufficialmente si trattava di ospedali, questi luoghi erano molto simili a prigioni, dal punto di vista architettonico e funzionale. La maggior parte di essi si basava su tecniche di gestione che Foucault (Foucault M. Sorvegliare e Punire: la nascita della prigione) aveva descritto come  ‘sorvegliare e punire’.

Queste convinzioni si rafforzarono in Basaglia, all’inizio degli anni sessanta,  leggendo autori come Erving Goffman, Frantz Fanon e Michel Foucault. Da Goffman (Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza) prese il concetto di  “istituzione totale”, che divenne poi una parte fondamentale del lessico basagliano. Foucault (1961), nel frattempo, aveva scritto sulla condizione storica e filosofica della follia  (Storia della follia nell’età classica) e sul contenimento della devianza.

Entrambi questi libri apparvero nel 1961, l’anno in cui Basaglia fu assunto a Gorizia. I testi circolavano in inglese (e francese) prima di essere tradotti in italiano (nel caso di Goffman da Franca Ongaro) negli anni sessanta.

Ispirato da questi scritti, Basaglia mise in pratica a Gorizia una serie di riforme radicali che, nel 1968, resero l’ospedale una mecca per gli attivisti divenendo una delle capitali del movimento studentesco. Queste riforme e cambiamenti iniziarono con il miglioramento delle condizioni per i pazienti (fine delle restrizioni, riduzione del trattamento di elettro-shock, apertura dei reparti e distruzione di muri e recinzioni). Col passare del tempo, Basaglia introdusse cambiamenti più radicali e costruì un équipe di psichiatri che la pensavano come lui. I pazienti furono coinvolti in assemblee generali a partire dal 1965, che divennero la parte più pubblica e spettacolare dell’esperimento goriziano. L’alleato intellettuale e personale più forte di Basaglia era sua moglie, Franca Ongaro. Lei fu sempre presente, in tutte le lotte condotte a Gorizia.

Le idee di Franco Basaglia sono state sempre legate alla pratica del cambiamento, ma derivano da un mix di testi e teorie. La base del suo pensiero si rifaceva alla filosofia esistenzialista, in particolare al lavoro di Jean-Paul Sartre. Credeva nel tentativo di comprendere i pazienti malati di mente attraverso la costruzione di un rapporto con loro,  ‘mettendo tra parentesi’ la diagnosi che impediva una possibile relazione. Così come Goffman, Basaglia aveva studiato i libri di Primo Levi, e gli autori che circolavano al momento all’interno della fenomenologia: Binswanger, Husserl, Minkowski. Fu anche influenzato dai teorici principali di quello che divenne noto come il movimento dell’ ‘ anti-psichiatria ‘: David Cooper, RD Laing, Thomas Szasz. Accanto a Foucault e Fanon, Basaglia lesse anche opere di psichiatri francesi come Lucien Bonnafé. Basaglia e sua moglie fecero molto per far conoscere questi testi al pubblico italiano; in particolare Cooper, Goffman e Laing. Franca Ongaro tradusse personalmente Asylums di Goffman e Basaglia suggerì agli editori la pubblicazione in Italia di questi testi nel periodo fine anni sessanta, primi anni settanta.

Su ispirazione di Goffman, Basaglia cominciò a vedere le persone all’interno della ‘istituzione totale’ del manicomio come ridotte a “non-persone” o “uomini vuoti”.  Egli considerava i malati di mente come ‘gli esclusi’ e una ‘maggioranza deviante’ che erano stati internati contro la loro volontà e distrutti dal sistema. La sua critica sociale al manicomio era spesso rozzamente espressa: Basaglia divideva infatti le persone ricche e povere (“chi non ha, non è”) .

Basaglia studiò anche le idee e le pratiche legate agli psichiatri radicali che operavano in Francia, Germania e Regno Unito. Viaggiò moltissimo. Fu influenzato dalle comunità terapeutiche a cui aveva assistito o letto di prima mano, soprattutto attraverso il lavoro di Maxwell Jones a Dingleton in Scozia (un luogo visitato sia da Basaglia e sua moglie, sia dagli altri membri della équipe) e gli esperimenti francesi di psicoterapia istituzionale. Basaglia discuteva le sue idee con figure dell’ ‘anti-psichiatria “, come Cooper, Foucault, Laing e Szasz.

Un distinto e specifico ‘Basaglian canon’ cominciò dunque ad emergere a Gorizia, a partire dagli studi filosofici e dalle ricerche sul modo in cui gli ospedali psichiatrici effettivamente funzionavano. Due libri collettivi furono prodotti dalla équipe di Gorizia: Che cos’è la psichiatria? (Basaglia, 1967) e L’Istituzione negata  (Basaglia, 1968). Quest’ultimo libro è stato tradotto in tutto il mondo (ma non in inglese) ed è diventato un bestseller in Italia. Alcuni lo hanno considerato una delle “bibbie” del 1968. Entrambi i libri erano testi ibridi, contenenti riflessioni teoriche e pratiche di cambiamento messe in atto a Gorizia, così come trascrizioni di interviste con i pazienti e assemblee dei pazienti. Questi libri collettivi sottolineano l’idea di una ” istituzione negata” per cui la pratica di queste idee radicali all’interno dell’ “istituzione totale” poteva ribaltare le strutture di potere all’interno di questi luoghi, ed esporre le contraddizioni all’interno sia del sistema sia della società nel suo complesso. Inoltre, questi libri descrivevano le condizioni all’interno dei manicomi, così come le strutture di classe del sistema sanitario. Infine, Basaglia e il suo team sottolinearono i pericoli di queste “istituzioni negate”, cioè comunità terapeutiche che potevano facilmente creare illusioni. Non potevano esse infatti risolvere i problemi della società da sole: il cambiamento sociale era necessario così come una riforma radicale.

Verso la fine degli anni sessanta il linguaggio divenne rivoluzionario: slogan maoisti penetrarono anche nel movimento, con l’idea potente di poter rovesciare l’autorità e il potere.
In sintesi, tre filoni del pensiero di Basaglia presero una forma definita: anti-istituzionalismo, analisi sociale e critica pungente della classe medica. Essi erano in ogni caso tutti presenti, in forma nascente, fin dall’inizio.

Dopo Gorizia, Basaglia trascorse un breve periodo a capo del manicomio di Colorno (Parma) e sei mesi a New York, dove lavorò in un ospedale psichiatrico a Brooklyn. Nel 1971 gli fu offerto il posto di direttore del manicomio di Trieste.

Dr. Giuliana Proietti

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Parte Quarta

Fonte:
Foot J. Franco Basaglia and the radical psychiatry movement in Italy, 1961–78.Critical and radical social work. 2014;2(2):235-249. doi:10.1332/204986014X14002292074708

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