La morte di Sigmund Freud

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Freud ultima foto

Nel 1923, Sigmund Freud, all’epoca sessantaseienne ed ancora accanito fumatore di sigari, chiese a Maxim Steiner, dermatologo e uno dei primi membri della Società Psicoanalitica di Vienna, di guardare cos’era quel “fastidio” che sentiva in bocca. Più di 6 anni prima, Freud aveva notato un gonfiore doloroso del palato, ma poi aveva ingenuamente concluso di aver risolto il problema grazie al fumo di alcuni sigari, a lui donati da una sua affezionata paziente. Questo fa capire quanto un fumatore del secolo scorso, neanche se medico, neurologo e stimato accademico,  si rendesse pienamente conto dei danni che il fumo poteva provocare.  O meglio, indica quanto lo stesso Freud potesse rimanere vittima di uno dei principali meccanismi di difesa da lui stesso individuati: la negazione.

Steiner si accorse subito che si trattava di un tumore maligno e raccomandò a Freud l’escissione di quell’area, oltre che l’immediata cessazione dell’abitudine di fumare. Quando il medico di Freud, Felix Deutsch, vide lo psicoanalista dopo una settimana, per altre ragioni, Freud gli chiese di dare un’occhiata alla lesione. Steiner l’aveva diagnosticata come una “brutta leucoplachia ” mentre non si sa con certezza cosa Deutsch abbia riferito al suo paziente.

Dieci anni dopo però, quando il tumore aveva cominciato a provocare grandi sofferenze a Freud, imponendogli di modificare il suo stile di vita ed i suoi ritmi di lavoro, fu lo stesso Deutsch a raccontare che, nell’osservazione medica, aveva subito capito che quel “fastidio” del suo paziente era un cancro, evidente ed avanzato. Quando, secondo questa testimonianza autobiografica, lo aveva comunicato a Freud, questi aveva risposto: “Se si tratta di un tumore , devo trovare un modo per scomparire da questo mondo con decenza “. Secondo il medico, Freud non stava contemplando il suicidio in quel momento, ma solo “desiderava che io gli risparmiassi la sofferenza di una ‘malattia senza speranza’ che era ciò che il cancro significava per lui in quel momento. Voleva insomma avere il diritto all’ eutanasia, o almeno io ho capito questo”.

Dopo questa prima diagnosi seguirono due decenni di sforzi eroici da parte di medici e chirurghi, per tentare di sconfiggere quel cancro, anche con disavventure mediche quasi fatali. La scelta di un buon chirurgo era infatti sicuramente problematica all’epoca, poiché le neoplasie alle mucose non erano molto conosciute o trattate, ma certamente Freud scelse la persona sbagliata. Secondo Schur, che divenne poi medico personale di Freud, Marcus Hajek non era infatti né un amico di Freud, né un eccellente chirurgo e nemmeno un professionista qualificato per operare su un tumore maligno, che richiedeva la resezione della mascella. In più, l’operazione non fu eseguita in un ospedale, ma in un ambulatorio, e la mancanza di assistenza medica e infermieristica dopo l’intervento chirurgico portò Freud a subire una pericolosa emorragia, dato il sanguinamento, non adeguatamente controllato, avvenuto dopo l’operazione.

Freud era un paziente fiducioso, si potrebbe dire, viste le sue relazioni avute con i medici personali, Fliess, Deutsch e Schur, e, come si usava nelle relazioni medico-paziente dell’epoca, tendeva a delegare loro la responsabilità di prendere decisioni sulla propria salute. Tuttavia, secondo alcuni biografi, dopo la diagnosi iniziale, vi fu un periodo di negazione, da parte di Freud, di quel tumore grave, di cui non poteva  non capire l’importanza. In parte, la sua riluttanza ad affrontare la malattia in maniera seria era dovuta al fatto che capiva perfettamente che una diagnosi di cancro nel cavo orale non poteva che richiedere la rinuncia ai suoi amati sigari. Dopo oltre 40 anni di fumo, Freud non solo era dipendente dalla nicotina, ma era arrivato perfino a credere che il fumo del sigaro gli fosse necessario per stimolare la creatività e la produttività nel suo lavoro. Secondo Schur, che ha raccontato gli ultimi anni della vita di Freud in un libro, lo psicoanalista riteneva l’interruzione del fumo molto più minacciosa e inaccettabile della chirurgia e si rifiutava di riconoscere la relazione tra il fumo e la malignità del tumore.

In seguito Freud si affidò dunque alle cure di Schur, che divenne suo medico personale. Schur accompagnò il suo famoso paziente nei viaggi internazionali, e lo curò fino alla sua morte, nel 1939. Fin dall’inizio, Schur disse che Freud aveva esplicitamente richiesto fossero rispettati 2 elementi essenziali nella loro relazione medico-paziente: il primo era che voleva sempre sapere la verità, il secondo era che  “quando arriva il momento, non devi lasciarmi soffrire inutilmente”.  L’accordo stipulato verbalmente fra i due fu seguito da una spiritosa lettera di Freud, nella quale lo scrivente metteva in chiaro che respingeva  la “cortesia professionale” offertagli da Schur e che desiderava pagare le prestazioni al prezzo normale.

Nel corso della sua malattia, Freud continuò a svolgere la sua attività di psicoanalista, vedendo 6 pazienti al giorno. In più pubblicò una ventina di libri e articoli su giornali scientifici e tenne molte conferenze. Ad 83 anni però la sua salute si era deteriorata al punto che il suo mondo era diventato “una piccola isola del dolore, che galleggia su un mare di indifferenza” . L’odore della necrosi alle ossa e ai tessuti molli era così cattivo, che il cane prediletto di Freud non voleva più rimanere nella stanza con il suo padrone.

Schur ricorda che Freud gli prese un giorno la mano e gli disse: “Mio caro Schur, certamente ricorderai il nostro primo colloquio. Mi hai promesso di non abbandonarmi quando sarebbe arrivato il mio momento. Ora quel momento è arrivato e la vita non ha più senso, non è altro che tortura“. Schur rispose di non aver dimenticato la sua promessa. Freud fece un sospiro di sollievo, tenendogli a lungo la mano.  Poi disse: ‘Ti ringrazio”, e dopo un attimo di esitazione, aggiunse: “ Fai sapere ad Anna che questa decisione è stata presa senza  emotività o autocommiserazione, e con piena coscienza della realtà”.

Il medico informò Anna di quella conversazione, come Freud aveva richiesto. Schur iniettò dunque al suo paziente una dose contenente due centigrammi di morfina. Ben presto Freud si sentì sollevato e cadde in un sonno tranquillo. L’espressione del dolore e della sofferenza erano sparite. Il medico ripeté questa dose dopo circa dodici ore. Freud era ovviamente così vicino alla fine delle sue riserve, che entrò in coma, senza più risvegliarsi. Era il 23 Settembre del 1939.

Quella che vedete in alto è l’ultima foto scattata a Freud, mentre nel suo diario l’ultima annotazione è del 25 Agosto del 1939 e vi è scritto: “War panic”.

Il libro di Schur (1972) nel quale viene raccontato tutto questo fu pubblicato, per ovvie ragioni, solo dopo la morte del medico, avvenuta nel 1969.

Dr. Giuliana Proietti

Leggi Gli ultimi giorni di Freud, tratti dalla biografia di Ernest Jones

Fonti:

Freud’s Physician-Assisted Death, Jama
Museo Freud

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